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Non riuscirò a far salire la temperatura dell’acqua
della vasca da bagno
fino al punto da costringermi ad uscirvi prima delle ustioni
vincendo il freddo del fuori
e non ci riuscirò
perché i miei pensieri sono più veloci
dell’acqua che scorre
e molto più freddi
e questo in un certo modo riconduce il tutto ad una specie di equilibrio
cosmico globale
ed io, appartenendovi
potrei logicamente beneficiare di questo equo principio fisico
ma cado
dentro la vasca
dei miei pensieri

e non ne uscirò.

il mio solito diavolo custode
lungo il corso
recitò una filastrocca assai stupidella
sul 2016
con i soliti giochi di parole
una cosa del tipo
“se dici”
- sedici -
dici
“se”
al tuo sé
un anno cioè
pieno di sedicenti dubbi

al diavolo custode
diavolo! – muto esclamai
sediziosa quest’ode – canzonai
il diavolo
volò
si ch’era un angelo -

pensai.

davanti allo specchio
la disperazione è solo assenza di speranza
quindi a suo modo benevola:
un sorriso lungo un attimo
che varrebbe un intero anno
è un piacevole inganno
la riflessione fu un’illuminazione
mentire a se stessi è possibile

non lo spero ma lo specchio

per lungo tempo ho creduto
che arrivare a me stesso
significasse approdare alla terra promessa
dopo un lungo peregrinare
per mare

ed invece la storia
era il suo esatto opposto
il mio posto era giusto
in quel costante naufragare
e quel mio stolto errare
sia vagare o sbagliare
era solo dovuto
a un errore nella lettura delle istruzioni
fatali distrazioni
e conseguente distruzione
di illusioni.

e alla fine quando acqua, dubbi, angeli, specchi, naufraghi ed errori
si riunirono (questo accadde nella vita successiva)
il me che venne, alla ricerca delle nostre
precedenti infinite esistenze
digitò la parola chiave
nel motore “dio ricerca”
per scovare nell’universo della rete
tracce a(na)tomiche di entrambi moltiplicati per enne.

Poiché la memoria affievolisce
più e più
cercala anche tu
la mia singolarità
in un punto preciso
della foto lassù.

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In strada, da un lato del marciapiede, c’è un gruppo di persone che aspettano.
Comincia a piovere.
Tra di essi, solo un individuo ha l’ombrello. Lo apre e si ripara: è un ombrello enorme, un ombrello molto gRosso. Le altre persone lo guardano ma non chiedono protezione dalla pioggia: eppure, ci sarebbe spazio per tutti perché l’ombrello è davvero assai, assai gRosso. Dopo qualche minuto, un signore si avvicina all’uomo con l’ombrello (non al punto da essere coperto) e gli chiede se, insieme agli altri, possano tutti insieme ripararsi dalla pioggia.
“Ma non piove”! – dice l’uomo con l’ombrello.
“Veramente” – fa il signore con timida ironia “sembrerebbe di sì”.
“Se piove ci si bagna” – risponde l’uomo con l’ombrello. “Io non sono bagnato, dunque non piove. E’ un fatto logico, scientifico”.
“Ma lei ha un ombrello, per questo non si bagna”! – osserva quasi stupidamente, e stupitamente, il signore.
“Questa sua affermazione” – dice l’uomo con l’ombrello “è demagogica, populista e pretestuosa. Lei vuole solo conquistare il consenso degli altri individui. E adesso io ho ben altro a cui pensare, che rispondere alle sue provocazioni”.
Detto questo, l’uomo con l’ombrello si allontana dal gruppo di persone sotto la pioggia per aiutare altri individui ad attraversare la strada, selezionandoli con cura in base a particolari categorie di appartenenza. Si tratta di un pensionato, di un migrante, di una donna in stato di gravidanza, e di un cane. Le accoglie sotto il suo capiente, gRosso ombrello, e le accompagna sul marciapiede opposto. Fatto ciò, torna nella posizione che occupava prima, esatta, identica, accanto al gruppo di persone bagnate dalla pioggia.
Il signore di prima chiede spiegazione di questo suo gesto, e la persona con l’ombrello gli risponde: “il migrante CI SERVE per produrre gli ombrelli al costo minimo. Il pensionato CI SERVE per vendere gli ombrelli al prezzo massimo. La donna incinta CI SERVE SEMPRE, è una questione di immagine”.
“Ed il cane”?
“Mi chiede del cane? Forse lei non è un animalista? Il cane, come dicono in Cina, serve perché fa brodo. E badi bene: mai, mai lasciarsi impietosire da disoccupati e disabili. Essi sono il peggio della società: perché sono IMPRODUTTIVI. Non produrranno né compreranno mai un ombrello”.
“Ma tutto questo è razzista, populista e demagogico!”
“Si sbaglia, mio caro signore: questo si chiama progresso. Noi siamo progressisti e guardiamo al futuro”.
“E noi, invece, non siamo umanamente meritevoli di ripararci dalla pioggia?”.
“No, voi dovete restare sotto la pioggia”
“Perché”?
“Perché CE LO CHIEDE L’EUROPA. Se voi non vi bagnate, come potreste desiderare un ombrello?”
“E lei, perché possiede un ombrello? Come ha meritato tale privilegio”?
“Vede, caro signore. Un tempo ero anche io nella sua condizione, ed anche io dicevo a chi mi ha preceduto, all’uomo con il gRosso ombrello che c’era qui al posto mio, le stesse parole che lei ora dice a me. E lui mi spiegò che esiste un solo modo per meritare il possesso dell’ombrello”.
“E sarebbe”?
“Sarebbe che per avere l’ombrello tra le mani bisogna vincere la competizione con le persone che sono in concorrenza per quello stesso possesso, le persone in nome del quale lei ora sta parlando con me. L’ombrello può detenerlo solo il più meritevole: colui che convincerà le masse che una volta in possesso dell’ombrello riparerà tutti. Se lei convince le persone che, una volta entrato in possesso del mio ombrello, lo utilizzerà a beneficio di tutti coloro che ne avranno bisogno, io le potrò cedere il mio gRosso ombrello, ed in cambio IO potrò utilizzare un ombrello ancora più gRosso o forse addirittura ricevere in premio la possibilità di andare in un posto in cui c’è sempre il sole. Ma nel momento in cui lei accoglierà sotto il suo ombrello costoro, lei perderà il privilegio del possesso dell’ombrello. Lei potrà solamente lasciare transitare da un marciapiede all’altro le categorie di persone che le ho indicato, e dovrà essere bravo a selezionare, dal gruppo di persone bagnate, il più meritevole a possedere l’ombrello. Solo così potrà fare come me, ed ottenere un ombrello ancora più gRosso. Si ricordi: il possesso dell’ombrello gRosso è di importanza CAPITALE. Allora, cosa pensa di fare?”.
“Penso che sotto l’ombrello smetterà di piovere anche per me” – affermò il signore
“E non dimentichi che il bello per lei verrà finché terrà l’ombrello” – concluse l’uomo con il gRosso ombrello.

 

Prince

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Nell’agosto del 1987 mio padre affrontava le curve della costiera sorrentina tra Meta e Vico Equense con la solita grazia invisibile. Questo lieve scivolare come cullato dal mare riflesso alla mia sinistra, permetteva a me – non ancora quindicenne, e beatamente immerso in una felicità consapevole da adolescente, ignaro assoluto che quella sarebbe stata l’ultima estate trascorsa insieme dalla nostra famiglia – di proseguire nella lettura, in vettura, di un giornale musicale.

Io ero reduce dal trionfo in campionato, il primo della storia azzurra; e dal trionfo in coppa italia, con record insuperabile di 13 vittorie su 13; dalla vittoria al roland garros, tramite Ivan Lendl; e dal primo anno di liceo, superato con voti da megalomane.

In pratica, nel mondo dell’adolescenza, io ero un genio.

Per questo motivo – e giuro, proprio per questo – mi insolentiva assai, durante quella memorabile lettura, l’accostamento dell’espressione “genio” ad un altro essere vivente, che in quell’anno aveva pubblicato un album totale. Mentre ripetevo nella mente una ad una le parole della lettura, presi una decisione, uno di quei colpi di testa stupidi o assurdi o geniali di quando si è ancora nel tempo dell’età in cui il mondo o è tuo o preferisci farne a meno, che nella motivazione intrinseca aveva qualcosa di incredibilmente adulto. Decisi insomma che per smantellare il mio nemico o, al più, il mio pregiudizio, io avrei consapevolmente studiato la cosa.

Fu così che ebbe inizio la mia storia d’amore con il Principe di Minneapolis.

Folgorato dal Segno dei Tempi, quando mesi dopo acquistai ed ascoltai Lovesexy, l’anacronistica posizione dell’anno precedente era stata rovesciata nel suo contrario: adesso, Lui faceva parte dei miei giorni, dei miei sogni, con una voglia di condividere, conoscere, riscoprire, esplorare ed idolatrare che non conosceva eguali.

I suoi lavori iniziali diventarono regali obbligatori in occasione del mio compleanno.

La prima videocassetta che registrai a scopo perennemente conservativo fu il concerto del 09 settembre 1988 trasmesso dalla Rai in occasione della tappa di Dortmund del Lovesexy tour.

Acquistai il libro dei testi delle sue canzoni con traduzioni a fronte.

Costrinsi mio cugino prima, e mio fratello poi, ad immortalarmi nudo sul divano nella stessa posa della copertina di Lovesexy.

Assistetti al concerto di Cava dei Tirreni del 18 luglio del 1990.

Tappezzai la mia stanza con un poster enorme.

Registrai i suoi tre film che, come tutto il resto sopracitato, conservo ancora con cura e dolcezza.

E benedissi questo mio amore, costantemente, dentro di me – per anni ed anni ed anni.

Tralasciando tutte le cose e tutti i ricordi che mi legano a Prince ed alle sue canzoni, il giorno in cui la fucilata della notizia della sua morte mi ha raggiunto, alle 8 della sera di un’ennesima giornata di orrendo lavoro, con un urlo disperato davanti al pc da fare accorrere un’altra persona al mio fianco, un enorme senso di disperata tristezza mi ha travolto.

Ho capito, oltre il consolante giro retorico pur vero dell’immortalità dell’artista, e della gioia di poterlo ritrovare ogni volta che lo desidero – lui, me adolescente, sorrento, la grecia, le canzoni, i libri a port’alba, i concerti a cava, i cd in macchina, i ritagli di giornali, i poster ed i testi, le cuffie, le imitazioni, le mossette, le occhiate, la spaccata, il walk-man e le cassette, e tutto quanto ed altro ancora, quando lo desidero, con un ricordo o una semplice canzone – ho realizzato davvero che:  Prince, lui proprio, in carne ed ossa, non c’è più in ogni caso, e che questo mondo, già miserevole di suo, ha perduto qualcosa di prezioso. Anche se in un angolino del pensiero, anche se lontano da me, anche se in un’intervista, un flash d’agenzia, uno scoop o un pettegolezzo spiccio, mi avrebbe rasserenato sapere di averlo ancora qui – a condividere con me questo tempo.

Dopo anni, ho riassaporato la retorica e bistrattata espressione di aver perso qualcosa dentro, per sempre; e di come questo sentimento faccia male, ed intristisca oltremodo, e sia – tra tutte – l’emozione che maggiormente ammutolisce. Perché non rimediabile, perché irreversibile.

Un sabato di fine aprile, quell’aprile in cui a volte nevica, ho rispolverato la prima videocassetta, il famoso concerto di Dortmund che, a giudizio unanime di me e del mondo dentro la mia vita, costituisce il capolavoro di un’Artista, l’apice del senso stesso della musica dal vivo, in una parola: uno dei più bei concerti del secolo. Ho rivisto il nastro con un’inesprimibile confusione di piacere, nostalgia, commozione e dolore. E con scientifico lavoro ho digitalizzato, una ad una, tutte le sue canzoni, nel breve arco di 8 ore, sistematico e ipnotizzato, come in missione nel viaggio del tempo. Ho quindi caricato sul mio canale youtube una ventina di video, come del resto milioni di altri fans stanno facendo da quel bastardo 21 aprile.

Forse il Principe di Minneapolis non avrebbe gradito: ma ognuno dimostra come può il suo amore.

L’anno scorso, di ritorno dalle vacanze, girovagando in un negozio di dischi trovo in offerta l’album da cui tutto nacque. Quando vado a pagarlo, il commesso dietro la cassa, appena più grande di me, mi lancia uno sguardo d’intesa, ed entrambi, senza bisogno di premesse, con parole sfavillanti di poesia e di energia cominciamo a parlare di Prince, rievochiamo e tratteggiamo il nostro personalissimo e comune Terremoto House che ci ha travolto per sempre. Lui, me e milioni di altri.

In questo lungo viaggio, il Principe di Minneapolis ci ha resi meno soli, affratellandoci in un grande, magnifico, monumentale suono emozionale. Liberandoci dai mostri che abitano troppe coscienze di questo mondo di catene e sangue: i fantasmi del conformismo, e del pregiudizio.
Una lezione di Libertà che dura da 30 anni, nata nelle stesse curve in cui la sera del 23 aprile – a 48 ore dalla sua morte -  e proprio mentre la radio trasmetteva le sue canzoni come omaggio, questa volta con me al volante, ed in direzione opposta – da Vico verso Meta – mi son trovato a piangere, per Amore e Gratitudine. Nello stesso preciso punto dell’agosto del 1987, a chiusura perfetta di un cerchio perfetto. Una straordinaria, formidabile, incredibile magìa.

 

“Never let that lonely monster take control of U”

Stanotte mentre dormivo
le mie parole mi han telefonato
per chiedere se ci fosse
qualcosa di sbagliato:
se dovessero temere
il mio assordante silenzio
più che le mie
- quindi Loro -
non tenere parole

In quel momento ho compreso
che tutto è in me compreso
nel senso: compresso al punto che
si ignori o si comprenda
pur complesso
comunque c’è

Comunicazione avviata
senza fiatare:
con tale fare
ho messo a stendere
quel presunto vociare
su questa musica
rubatami dall’anima
in piena notte
di luna piena

Tutto è successo
come fosse una fiaba:
c’era una volta…
Ed in quell’istante
la volta è diventata celeste
si è illuminata
come la pila di volta

E questa mia condotta
è stata la chiave di volta
per ricondurre
a letto
le mie parole

Più mute di me
con im-mutato affetto

Un sogno perfetto.

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All’età
il ricordo del tempo passato
è più lento
del tempo che passa

Ogni anno mi chiedo
cosa mai mi dirò
a fine mese di fine anno solido
cioè spesso, ma non il solito
Seduto come fossi il presidente
di una repubblica assai privata
con un unico re
Me
senza poderi.

è che si giunge ad
un tale livello di pensieri
insostenibili, insopprimibili, inesauribili
ad una dimensione dello spirito
senza soste senza sintesi senza sonno
che la scelta
la sola
da fare
è imposta
come una tassa da pagare
a quel re
che ti apre la porta
e ti porta via tutto.

Allora ecco: la mancanza di parole
diventa una difesa apparente
contro il timore
o la speranza
che quelle parole non siano mai
comprese
dagli altri.

La bellezza di un momento
pieno di tutto e di nulla
sta in ciò:
non devi fare
non devi comunicare
non c’è più niente da capire

Devi conoscerlo
e basta

Così, alle 13 e 23 minuti

Dopo 13 anni e 23 giorni

Si è concluso il viaggio

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29 settembre 1994.

20 anni esatti fa usciva l’ultimo album di Lucio Battisti.

Casuale che fosse proprio quella data?

La data di una delle sue canzoni più famose, “29 settembre”?

Casuale che l’ultima Opera bianca avesse quell’imprinting di calen-Dario?

Casuale che l’ultima canzone di quell’album fosse una summa della filosofia di Panella?

E che fosse impossibile costruire attorno a quel testo così stratosferico ed intraducibile una musica quale fosse?

E che Battisti ci riuscì?

Ci riuscì, l’ultima sua voce ufficiale, con una sonorità che squadernò i tempi

che rimane scioccante ancora oggi

e sopra ogni cosa

sopra tutto

con un falsetto venuto da luoghi impenetrabili

del talento purissimo, umano ed oltre?

Era falsetto ed era vero al quadrato:

la chiusura circolare del percorso,

cioè la quadratura del cerchio.

Che bel 29 settembre:

una data

come cosa

ben conservata

lì, ora e a futura sorpresa:


LA VOCE DEL VISO
 
Per insignificanti movimenti
tanti e tanti il volto è tutto
e tutto sta raccolto sopra il tuo bel volto.
Lingua che sei straniera e non si sa se vuoi che io
ti distingua dalla mia o se mia lingua ti finga.
Bocca di gradazioni, intera gamma dalle predilezioni
alla maniera amara.
Bocca che mi sei cara appena appena schiusa quando armatura in te
quella fessura è un dissuadendo le svariate forme labili d'espressione
per tentativi ed approssimazione.
Ed il tuo volto è tutto
nel momento in cui passando sopra la tua immagine
della quale è troppo facile dire che in superficie
affiori l'anima passando sopra alla tua immagine invece
ci si vede intraducibile l'estraneità al lavoro.
Che il volto è tutto
ma non è del corpo al quale pare unito.
Il corpo contentando il senso della nutrizione
il viso l'ascensione, l'assorbenza dell'inappetenza
perchè un bel volto è bello se lo si può guardare
è un disimparare del mondo questo e quello.
Così ci si innamora di un viso in cui l'estraneità lavora.
Il corpo segue come un testimone casalingo e familiare
e di questa apparizione in su la cima.
Quest'opera sensibile il tuo volto che si manifesta ed è
oltre all'ordine della natura. Ecco come tutti i portenti tende a
scomparire
più cerchi di tenerlo a mente e nelle spire dei ritrovamenti portentosi.
E la voce del viso allora nemmeno ricorre ai miracoli
non un riso, un pianto non una smorfia, densa d'oracoli.
Ma dà senso quella voce a un solo volto che sotto il mio
rotola si ferma e freme alle mie mani preme
perchè lo riporti in cima, in vetta al suo sistema dei piaceri.
Secondo un canone, un precetto ed una disciplina
che inumidisce i capelli e per discrezione stende un velo di malore sulla pelle.
Ti spadroneggia allora il tuo godìo disincantato in quanto più è restìo
al racconto lenitivo, al riassunto giulivo.
E non è riso appunto e non è pianto il tuo perchè racconto è il riso
e pianto il suo riassunto.
Sul viso la sintassi non ha imperio, non ha nessun comando.



Marco Pantani

 

 

Caro Marco,

avrei voluto scriverti tutto quello che ho provato in questa settimana, ed in ognuna di queste sere quando – solo io lo so – tornato a casa dal lavoro, ho cercato inutilmente di buttare giù parole, e ciò che schiacciava la tastiera non erano le dita tremanti delle mie mani, ma un enorme strano non inconsueto fiume liquido oculare, null’altro d’altro. E pure questa mattina, nella stessa posizione e con la stessa luce sullo stesso letto di 10 anni fa, e pure adesso, ora che la casa è invasa da 3 cose: la luce di un sole insolito d’inverno che batte sul pavimento, vaghi rumori della strada, e la voce della televisione che si è scatenata nell’anniversario del decennale – non ti dico il web – a riproporre quell’altro decennale: 1994-2004.

Nella mia mente, che tu sai non mente mai, ho scritto un libro per ognuno dei giorni in cui mi hai donato, senza nulla in cambio, delle emozioni e delle gioie che surclassano, per lacrime, quelle versate in nome della rabbia, del dolore e della morte. Ho riletto, sempre sullo stesso letto, il mio diario del 14 febbraio del 2004, e ti assicuro che è stato un calvario quasi come quello del valico di Chiunzi – tu sai.

Ho ripensato anche alla mia poesia, che mi dettasti due anni prima dell’ultimo traguardo, un epitaffio proveniente da universi di insondabile silenzio, che partecipò per interposta persona ai tuoi funerali.

Sapessi, caro mio fratello, quasi coetaneo, il mare di montagne che mi è sceso tra i piedi ad ogni passo, ogni istante un’istantanea, ogni respiro uno scatto della memoria, mentre intorno ognuno si sente in dovere di riproporre una sua verità, come se le emozioni avessero una voce, una retorica buona per le sentenze dei vivi.

Così, mentre ripensavo a tutto ciò, e non avevo parole, non avevo parole, e mi maceravo in quella particolare sofferenza umana dell’inespresso, di chi vive sulla propria pelle lo scandalo di sentimenti troppo intensi da riuscire a gestire, mi è venuta in mente una canzone, che parla di anni di battaglie per la strada – un titolo perfetto, non credi?

E’ una canzone che comincia così:

“Chased you out of this world, didn’t mean to stop
I turned around and suddenly you were gone
Like some bird from paradise, the fire and ice
We turned around and suddenly you were gone, gone, gone
And now summer burns a hole inside and years are golden once again
My thoughts return to you my dear young friend
Oh come this way
Will you look down this way
I go down on the street
Where the wild wind’s blowing
Here comes a hurricane”

E poi:

“I say oh come down this way
Will you look down this way
I need you tonight
I need you around me”.

Ecco, Marco: non riuscirei mai a dare conto ed idea – con miliardi di miei sproloqui – delle emozioni con cui hai segnato, realmente, anni ed anni della mia vita.

My thoughts return to you my dear young friend – più di questo non osa la parola: proprio non può.

E’ stata una fortuna ed un privilegio averti avuto con me lungo la strada, le discese ardite e le risalite, prima che scappassi via in fuga come sempre – Like some bird from paradise.

E ciò che mi distrugge è soprattutto il suddenly: come un tuo scatto, pur annunziato dall’aria, ma senza prova di appello: ci siamo voltati e non c’eri più.

E’ stata una gioia interminabile l’averti potuto conoscere di persona.

Per questo, spesso: i need you around me; e stasera, stasera sopra tutte, i need you tonight.

E’ stata una meraviglia l’averti potuto abbracciare, l’aver potuto sorridere insieme e l’aver potuto condividere uno spazio ed un tempo fissato per sempre dentro la stessa cornice, quella che vedi lassù: anzi di più: è stata una Magìa.

Ma ciò che di più prezioso mi hai dato, è stata una rivelazione che nessuno sa, solo io e te. Quando a dicembre dell’anno delle due maglie, venuto da te al tavolo, ci scambiammo le mani, ci guardammo negli occhi e ci dicemmo quel che ci dicemmo.

(Marco, adesso se ci penso sto malissimo).

Caro Marco,
come tutte le persone che fanno parte della mia vita, tu non morirai mai.
Ecco perché non aveva preciso senso scriverti proprio oggi, nel decimo anniversario di “torrida tristezza” come questo.
Ma si trattava solo di andare più forte, staccarsi il mondo di dosso, far fare un giro più veloce al sangue tra la gola e le mani, per abbreviare quella famosa agonìa, oggi tutta mia e solo mia – indivisibile ed incondivisibile – su cui hai reso più poesia tu di montagne di stupide ed inutili parole.

Perché io ti amo: perché tu sei Marco Pantani.

Un altro anno è passato
e non ho ancora imparato
ad insegnare a chi non vuol capire
che un anno o forse venti
passa tutti i giorni santi

In questo anno non ho imparato ancora
a crescere i miei figli viziati
né a ritenere la razza umana superiore
a tutte le specie viventi
e ancora non ho imparato a considerare
competizione e concorrenza
come base della sopravvivenza

Non ho imparato ancora
a vincere uno scudetto
né a perdere le mie illusioni
mentre ridacchiando risalgo quei gradoni

Non ho imparato ancora a sposarmi con tutte le dive
né a considerare distruttive
le dolci abitudini
del quotidiano accasarmi
e non ho imparato – meschino
a fare i conti senza l’oste
e quindi a preferire senza soste l’ostia al vino

Non ho imparato a telefonare agli affetti di anni
e nemmeno a far mancar loro un pensiero d’oro
nelle mie notti insonni

Non ho imparato ancora a suonare uno strumento
né ad apprezzare oltre modo e senza fiatare, un silenzio
non ho imparato a pensarmi al centro del mondo in un social contenitore
né a disprezzare le mie visioni solitarie di piacere

In quest’anno ancora non ho imparato
a guardare l’altro occhio nell’occhio
né ad essere solo me stesso
quando mi parla come allo specchio

Non ho imparato ancora
a condannarmi del tutto
né a capire se c’è un momento
in cui l’altro fa a se stesso un processo

Non ho imparato ancora ad amare
nel modo che, dice, s’ha da fare
le cose dolci e quelle più amare
mi rendono isola in mezzo al mare
né il compromesso ho imparato ancora
che non mi pianga e mi faccia urlare

In questo anno non ho imparato
minimamente a dimenticare
lasciare morire lasciar cadere
famoso oblìo di menti  care

non ho imparato a giocare a poker
né a non bleffare nel mio reale
non ho imparato a svelar segreti
inconfessati violenti e lieti

e quante cose non ho imparato
che sia distinguere Klimt o Schiele
capolavori da spazzatura
seriosità o caricatura
la tolleranza e l’insofferenza
il cibo sano dalla schifezza
la forza sana e la debolezza
non ho imparato a non mentire
né a dimostrare troppa schiettezza
odiar retorica e scriverne a fiumi
e non ho imparato a non convertire
il mio pensiero in parole inutili
per tutti gli anni dario-campati
son stato il re dei disimparati

In questo anno che va a finire
la sola cosa che ho ben compreso
non imparando un mucchio di vite
è che non si finisce mai di ignorare
e proseguendo su questa strada
il mio cammino non può aver limite

Dedicata sinceramente e totalmente a tutte le persone che mi vogliono bene. 

VecchioLeviatano 2013

 

-Dario

 

Io son l’autodidatta dei miei letti e dei miei scritti, sono il decisivo mio abbece-Dario

Io sono il copricapo che difende le mie idee giuste o sbagliate da incendiarie falsità, sono il rabbuiato mio aci-Dario

Io sono la mia voce consultata che diffida dell’ammasso atomizzato, son l’ininfluente mio referen-Dario

Io sono la costante assai scottante immersione dentro vasche del vapore a far ritorno, sono il ritirato mio cali-Dario

Io sono il territorio ed il confine in cui rifugio la costante reiterata appartenenza, son preciso logico mio circon-Dario

Io sono gelatina delle simmetrie raggiate, son l’astratto mio cni-Dario

Io sono intero corpo e unico dorso per serbare l’impaziente ed illusoria diffidente differenza, son l’ animalesco mio drome-Dario

Io sono il tentativo reiterato di ripetere motivi per 52 sonate, sono il ciclicante mio ebdoma-Dario

Io sono la scommessa di resistere all’agghiaccio di tempeste della vita, sono il frivolo composto mio frigi-Dario

Io sono interruttore della mano alla ricerca di una luce di speranza, son l’illuminato mio lampa-Dario

Io sono il mio cinismo breve e muto per difesa e per orgoglio, sono il secco mio lapi-Dario

Io sono inni e canti per fratelli ormai soppianti, sono il sòrrido sonante mio lau-Dario

Io sono lo stupore di un segreto inconfessato che mi innalza disperato, sono l’ammirato mi(t)o leggen-Dario

Io sono la ricchezza di una mente incondivisa e assai preziosa, sono il povero gioioso mio miliar-Dario

Io sono cittadino sconfessato ed astenuto per decenza, sono il ritirato a tratti mio pe-Dario

Io son concessionario di una fede esclusiva e personale, sono il mite e credulo mio preben-Dario

Io sono il catalogo di tutto quel che sono, son lo sterminato e vivo mio sche-Dario

Io sono ombra nascosta di una realtà più grande, sono l’umile mio secon-Dario

Io sono concussione e appartenenza ad una pietra collettiva, sono il disarmato mio socci-Dario

Io sono un passo indietro per due passi a quattro mani, sono il discretissimo mio soli-Dario

Io son l’indicazione del cammino, curve strette ardite slitte e risalite pronunziate, sono il cauto deciso mio stra-Dario

Io sono la coperta che nasconde il mondo al viso per timore e per dolcezza, sono il comodo formato mio su-Dario

Io sono via di mezzo tra l’ardore ed il gelare, sono il mio rassicurante tepi-Dario

Io sono e fui un giardino che risale dai millenni, sono il parco esteso mio viri-Dario

…e in sintesi

Io sono tutto il tempo dei miei giorni e delle ore che negli anni ho camminato solitario, sono il quotidiano mio calen-Dario

Per augurio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Si è aperta una nuova era
è cominciata la quinta stagione
la pioggia è salita dalla terra sulle nuvole
il sole freddo tramontò all’alba e rinacque al tramonto
le foglie ritornarono sui rami ed i rami misero radici nel terreno
il calabrone scese verso il basso e le lucertole cominciarono a volare
i pesci non abboccarono più all’amo e si consegnarono alle reti
gli uomini ingabbiati cinguettarono mentre gli uccelli li osservavano liberi
i cani portarono a passeggio i loro padroni al guinzaglio
le montagne scesero giù e le pianure si inerpicarono
non politica, non sociale, non finanza né economia
fu della natura la prima notizia
su giornali che non si pubblicarono
le donne ingravidarono gli uomini
e furono i bambini a dare regole agli adulti
gli arcobaleni formarono un quadrato
subito dopo il tuonare del mare
la luna rischiarò le giornate
i sassi risero e il sangue rimarginò le ferite
i poveri sfamarono i ricchi
gli occhi parlarono, le bocche toccarono
i nasi ascoltarono le orecchie assaggiarono
le mani impugnarono pistole che spararono all’incontrario
atti di giustizia furono perseguiti
ma una mela rimise i peccati del mondo
tutti credettero di credere
che l’altro venisse prima dell’uno
e che l’oltre venisse dopo la coltre”.

Così mi scrisse, nato vecchio e partito giovane
il povero matto che ormai parlava
soltanto dea morte

Un omaggio a luglio
con 2 mesi di ritardo
o d’anticipo perchè

“preferisco essere un uomo paradossale
che un uomo con dei pregiudizi”.

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