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Category: Sistema Filosofico Vecchioleviatano


nella mia indubbia solitarietà, in parte scelta, in parte obbligata ed in partenopea (come da citazione sensata), ed in cui la percentuale di articolazione tra le 3 parti varia decisamente in funzione dei giorni, delle epoche ed anche delle singole ore, ci sono tratti buoni e tratti no. Ma questo vale per chiunque nelle proprie soggettive circostanziate, ed in effetti volevo introdurre il mio ragionamento con un’affermazione di lodevole banalità per rimarcarne la totale differenza rispetto alla mia esperienza. Tanto più che inoltre l’introduzione non è affatto legata al pensiero che segue, e quindi ha con esso un suo illogico legame. Questo lampo accadde al culmine di una curiosa visione, sensazione molto valida, pregna, decisa e forte che ho avuto ieri sera: quella di essere un alieno. Ma non nel senso che tutto mi appare strano, bizzarro, che a volte ci si sente come se ci si vedesse dal di fuori, e ci si vede completamente avulsi e differenti dagli altri, e quasi totalmente insoddisfatti di sé, di tutto, ed essenzialmente si comprende in coscienza sorridente amara di essere dei disadattati apocalittici. No no: io, mi è sembrato proprio che sia andata così: esseri alieni, che vivono in dimensioni spazio-temporali a noi astruse ed inconcepibili, hanno un giorno incrociato questo bizzarro granellino a forma di pisellino sperso nell’universo infinito, si sono guardati la fiction dei millenni accadutasi al pianeta, e poi – per entrare meglio nella serie – ognuno di questi indefinibili alieni ha scelto un essere umano, secondo criteri tutti suoi, come quando devi fare la partita di calcetto sei il capitano butti il tocco e devi sceglierti i compagni di squadra (diciamo il concetto è mutuato, ma per dire – mi è venuto così), là invece quello ha detto : io voglio essere questo tizio. certo ogni tizio scelto avrà avuto una vita di merda, morti, lutti, malattie, schiavitù, carestie ma all’alieno che se ne fotteva, per lui era preciso come per me sarebbe girare da protagonista il remake di un qualunque film, è un film! sono solo un personaggio! – e quindi l’alieno ora si agita dentro di me e si gode, dal suo punto di osservazione, tutte le sensazioni che una vita come la mia (come la tua, come la loro) può generare, produrre, sperimentare, sopportare, scoppiare. Insomma ieri l’alieno si è sgamato/rivelato totale, perché c’è stato un frame, un passaggio chiarissimo in cui quello mi ha fatto capire che il suo era appunto un esperimento, non ero io ubriaco, era lui lucidissimo che rifletteva su che strano impasto di tutto si agitava dentro di me, quanto di libero arbitrio ci fosse in me di me, quanto di lui, ora qui all’anno quasi 48 della mia comparsa. E attenzione: che comparsa è la parola chiave. Lui ha fatto questa capriola di riflessione insondabile e però, così, la radiazione di fondo mi è arrivata calibrata come la schiocca quando spartisce evi, ruoli e tratti di infinitume: qualunque cosa voglia dire.
Però comunque tutto a posto: a me è sempre sembrato, apparso come se/che ci fosse un qualcosa di strano, un riverbero alieno – quest’anno poi che me lo dico a fare, quest’anno è il buco del culo delle trapanature eterne galattiche. E mentre con l’occhio di “insostenibile meraviglia” (come da definizione di un altro mio fratello ben consapevole dell’alterità alienità dell’universo – ed a cui in un certo qual modo questo post è dedicato, essendo oggi il suo personalissimo “è funesto a chi nasce il dì natale”.) mi godevo un momento prolungato dentro l’unica cosa di natura femminile capace di accogliermi ultimamente per trarne un pur minimo giovamento, e dalla quale non ne esco però con la nausea o la petite mort, semmai con la cervicalgia a livelli parossistici, così dicevo, dall’occhio furbo mi è caduto distratto il velo della sostanza e dell’apparenza e ieri all’alieno svelato ho svelato questo mio segreto, ed oggi siamo un po’ più intimi.
Quindi chiunque tu sia, hai fatto bene a scegliere di essere me, per quanto la funestitudine del dì natale resti assolutamente inalterata ed in-alienabile.

Poi:

accade che da qualche anno mi danno (in soggettiva, non da compassione altrui – pfui!) per lavorare con estenuanti difficoltà al mio processo mentale temporale per concentrarmi e badare all’essenziale del momento sospendendo le transizioni da prima a poi, viceversa e sottoveste, io sospendo e concentro e spremo la spugna del reticolo delle motivazioni cerebrali.

Ora.

Parlo di un unico spazio tempo vitale concentrato. Concentrico. Capito?

Ed ora, non interlocuzione ma precisamente: ora

Già di mio eventualizzato ad inizio bisesto a trapassarmi di ricordi, la vita e la morte che se ne portano altri e mi vanno oltre e mi escono da tutte le orecchie dello stomaco e dai pori dei poi che mi condannano al fu, insomma. il concentrato si è spappolato ovunque nelle pareti di ogni parto ed ogni parto è un partire scindere e generare gli avanti e gli indietri: era il tempo che mi sopravanzava e l’angoscia che mi rimontava (sopra strati di calma – me doc).

Già di mio – dicevo (al passato che è mo’): ingabbiato nel paradosso, me lo sono meritato: se non passa il tempo necessario, di fuori, non bergsoniano, proprio materialmente tic tic secondi minuti ore notti lavoro (quella roba) non ne esco fuori, non ne usciamo fuori – letterale – e non si esce più e non vivo più i rantoli di quella che è la mia essenza, oltre il tempo in uno spazio del tempo ben preciso, che riassume passato e presente nelle istantanee.

Quindi appallottolo tutto e devo fare il conto alla rovescia mettendo fra lui e me null’altro che il nulla.

Forse magari un giorno scoprirò che sarebbe sempre stato meglio così.

E quindi non scrivendolo (me) lo testimonerò.

affogare in questo mare di parole che non mi comunicano niente, rileggere miei scritti a caso, cercare un centro di gravità permanente e trovarci solo la gravità di quel momento, l’urgenza di dire cose che non so fino a che punto posso capire adesso, comprendere in futuro, aiutarmi a ritornare nel passato. Poi si innesca un circolo vizioso di pensieri virtuosi che ti prendono per mano, e la mano finisce per prendere un diario di anni fa, molti, parecchi, diciamo 20 e mentre ti rileggi nell’angolo più intimo che hai creato per te, o che lui ti ha imposto di creare, e le imposte di casa sono abbassate perché giunge la notte che non porta consiglio, e perseveri a leggere e non metti una virgola ed i muri si dilatano gli spazi si ampliano e sobbalzi da uno stato d’animo all’altro capisci che questo è, questo il senso, la più dolce della condanna. Dario, non c’è niente da capire. Ma cosa vuoi capire? Ma davvero ti illudi di leggere per capire, per carpire cosa di te, ancora? Tu devi scrivere, cosa ti importa del resto e delle conseguenze? Basta sedersi ed ascoltare. Chiudilo, questo file: vai, vai via, lascia spazio alla musica, che un giorno anche quella cesserà, la luce si spegnerà, e potrai finalmente capire. Non ora: allora.

IO

Prima:

Durante: (“Fai apparirire una birra a noi se vuoi“).

Dopo:

Per una magia così – dice – val la pena vivere“.

Ah, questo sabato così VecchioLeviatano!

 

mi ricordo che da un certo momento in poi, diciamo tre, due anni prima della fine, da un certo momento in poi, ogni volta che la domenica tornavo a casa dopo aver pranzato dalla nonna, ero immerso così immerso nel piacere di esser stato con lei, pranzato e bevuto vino che, tornando estatico a casa dopo averla salutata dal basso – lei al balcone, puntale, precisa sempre al momento del congedo visivo, mi domandavo: chissà quanto durerà ancora? Però me lo dicevo sapendo che me l’ero goduta (una volta in corso d’opera la raccontai anche a mio fratello), me l’ero goduta fino in fondo questa sensazione. la questione è che quando in quel momento lo pensi (chissà quanto durerà ancora), non pensi veramente che possa finire o meglio, non pensi che comunque la settimana dopo possa finire, sai intimamente – mentre lo pensi – che avrai sicuramente un’altra occasione, un’altra situazione così, tra giusto 7 giorni. Poi passano gli anni, tutto finisce eppure tu, magari, in una domenica di fine maggio, ti ritrovi a passare sotto casa della nonna, alle due del pomeriggio di una domenica a caso, magari per buttare l’immondizia, e ti ricordi di tutto, e ti ricordi di questa cosa, e pensi ad un unico pensiero: a questo ricordo, ed al fatto che vorresti provarlo per un’ultima volta.. . poi però comprendi meglio il tuo sentimento, comprendi meglio che quando scendevi da casa della nonna, la salutavi e ti dicevi “chissà quanto ancora durerà” era giusto così, giusto immaginare che ci sarebbe stata un’altra volta ancora. e capisci che tutto rientra nell’ordine naturale delle cose, l’ordine naturale ed amorevole delle cose e del ricordo, e che se tu avessi saputo che quella era l’ultima volta che vivevi quella situazione saresti stato male e non l’avresti vissuta e goduta come tutte le volte in cui lo hai fatto, fino alla fine, che fu inconsapevole. e sai pure che ora è giusto così: che tu pensi che ti piacerebbe riviverla ancora una volta, una sola volta; e che è bene, è giusto, in un certo modo è meraviglioso che non lo si possa fare più, se non nel ricordo. è che questo è il lascito più bello che una grande persona mi ha consegnato, oggi, e finché potrò ricordarlo e ricordarmi di quel che provavo e dicevo e pensavo e vivevo – e come mi emozionavo, ubriaco di vino e di amore condiviso – quando la salutavo, lei dal balcone, io appena fuori il casello, giù in strada, felice come un bambino, ebbene questo resterà come il più bel segreto condiviso tra due persone che fisicamente non sono più qui, lì, in quella casa, in una qualunque domenica della nostra vita, magari di maggio, proprio oggi che è maggio, e questo mio che è un omaggio, e mi struggo e mi compiaccio, e mi sento bene, bene fino alle lacrime, e così sia, nonna mia: ovunque e qualunque sia l’autocoscienza di novitazione lungo la quale percorrerai la tua rinnovata via.

Vecchioleviatano 2020

Ripenso al passato e lo vedo come un paradiso, oggi qui a quasi 50 anni: 20, 30 anni fa. Ora so ciò che penso, sto male e non ho grandi aspirazioni (in vero: mai avute) né motivazioni sostenibili per il futuro. Però, se/quando ripenso al passato, ne rivivo e colgo come un sospiro emotivo lo slancio, le scintillanti prospettive, la bellezza del piacere dell’esserci (stato). Eppure, io non ho un ricordo preciso, calibrato, imminente su come realmente vivessi, cosa pensassi interiormente, come essenzialmente la vedessi – l’essere io, allora, nel mio io. E peraltro potrei saperlo, leggerlo, dai miei diari che coprono oltre il 66% di questo viaggio nel tempo all’indietro, il 66% più immediato. Ma il senso non è questo, non è questo il significato del pensiero della felicità che attribuisco al me del passato, e sono certo che se prendessi un diario a caso, un anno a caso, nei ’90, ad inizio di secolo, nei dieci successivi, sono sicuro – lo so, come potrei non saperlo? anche se non posso sapere con certezza come vivessi e cosa pensassi addirittura negli oltremondi dei non detti e non confessati neanche a se stesso- so però con certezza che anche allora pensavo e penavo, soffrivo e mi prosternavo, vivevo alla giornata e mi guardavo dietro rimpiangendo l’eden perduto. La differenza, progressiva, è solo in ciò: che, all’epoca – qualunque si prenda ad esempio – pensavo di avere più tempo davanti a me per rimediare, per correggere le cose sbagliate, i pensieri sbagliati, le ossessioni contorte nell’animo, controverse nei fatti, nelle azioni, nel pensiero, gli errori sistematici e quotidiani, lo stato di insoddisfazione esistenziale, per recuperare il tempo sprecato in divenire. In verità, ogni epoca è stata figlia di se stessa, di me stesso, del modo in cui sono fatto, in cui mi sono evoluto in base a come sono ontologicamente immutabilmente fatto, di come in fondo ciascuno di noi è fatto; ed ogni epoca ha portato con sé e contenuto in sé i medesimi sentimenti, le stesse sofferenze mentali, gli spasmi, le speranze illusorie, i fallimenti, il pensiero avvitato ciclicamente su se stesso, ad interminata spirale. Solo in un preciso momento nel tempo, i circa 21 mesi che hanno preceduto il compimento dei miei 15 anni, io ero consapevole di essere vivo, giovane, libero e felice, in un parola: infinito. Ed ho vissuto come ed in funzione di questa consapevolezza assoluta, perché esistenzialmente vera in me.

Quindi, il senso di queste mie parole, ADESSO, è il seguente (e non mi curo della rispondenza, o del grado di sovrapponibilità, o di discrasia o di distonia con l’altro pezzo danzante di memorabilia di pochi giorni fa, che risaliva al 2004 attraverso il 2010, oh vertigini degli abissi!): quando ripenso a come era bello ed illusoriamente felice il passato, di bello c’è solo una cosa: questo pensiero, questo atto del pensare al passato, il momento del presente in cui mi astraggo e mi distraggo pensando al tempo che fu: non la verità su di esso. Su questa riflessione non ho bisogno di leggere i miei diari, come è vero (tanto è vero) che cominciai a scriverli quasi immediatamente dopo quel periodo precedente i miei 15 anni, quando ero troppo felice ed infinito nell’azione della vita per perdermi e perder tempo nella scrittura, nel ricordo, e nel ricordo della scrittura del ricordo.

Lo so e basta.

VECCHIOLEVIATANO 2020

“Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita”.

Il deserto dei Tartari – Dino Buzzati 1940

 

“Supponiamo, per esempio, che io soffra profondamente: un’altra persona non potrà mai sapere fino a che punto io soffra, perché lui è un’altra persona e non è me, e, soprattutto, è raro che un uomo sia disposto a riconoscere in un altro un uomo che soffre (come se si trattasse di un’onorificenza). Perché non è disposto a farlo, tu che ne pensi? Perché, ad esempio, ho un cattivo odore, perché ho una faccia stupida, o perché una volta gli ho pestato un piede. E poi c’è sofferenza e sofferenza: una sofferenza degradante, umiliante come la fame, per esempio, il mio benefattore me la può ancora concedere, forse, ma quando la sofferenza è a uno stadio superiore, quando, per esempio, si soffre per un’idea, quella non me la accetterà, perché, diciamo, dandomi un’occhiata, ha visto che non ho affatto la faccia che, secondo la sua immaginazione, dovrebbe avere una persona che soffre per un’idea. E quindi egli mi priva immediatamente dei suoi favori, e non si può dire che lo faccia per cattiveria. I mendicanti, soprattutto quelli nobili, non dovrebbero mai mostrarsi, ma dovrebbero chiedere l’elemosina rimanendo nascosti dietro i giornali. Si può amare il prossimo in astratto, a volte anche da lontano, ma da vicino è quasi sempre impossibile. Se tutto fosse come a teatro, nei balletti, dove, quando appaiono mendicanti, essi indossano stracci di seta e pizzi lacerati e chiedono l’elemosina danzando leggiadramente, be’, in tal caso, li si potrebbe ancora ammirare. Ammirare, ma non amare. Ma finiamola con questo argomento. Volevo soltanto esporti il mio punto di vista”.

“I fratelli Karamazov” – Fëdor Dostoevskij 1879

 

(Chi patisce non è atto a compatire)
Quando ci si interroga sul male, esso viene visto e vissuto come qualche cosa di assolutamente e tragicamente avulso dalle circostanze normali ed umane, come qualcosa che sfugge al controllo totale e soprattutto come un elemento non programmato ed estraneo al modo di intendere le cose della vita. In realtà, l’errore principale che si commette quando viene affrontato l’argomento del male è costituito proprio da questa premessa infondata, in cui è già presente un abbaglio deviante di fondo, appunto il non considerare il male come componente sistemica e sistematica dell’intero complesso in cui accadono gli eventi, cioè la natura.
Noi esseri umani, ovviamente, siamo portati a valutare alcuni aspetti in maniera negativa (in valore assoluto), quindi come male, come dolore e sofferenza, e questo perché noi utilizziamo tutta una serie di categorie morali ed etiche scolpite e definite dall’evoluzione umana e del pensiero. Questa riflessione, tuttavia, introduce anche una doppia chiave di lettura, nel senso che potrebbe non essere il pensiero che si è sviluppato, affinato, approfondito fino a codificare il concetto di male, ma se vogliamo è la presenza naturale del male e del dolore che ha spinto l’uomo, o meglio il pensiero dell’uomo, a darsene una ragione, ad arrivare a definire cose naturali come Male, semplicemente perché erano accadimenti carichi di sofferenza che l’uomo non poteva spiegare e motivare, con il semplice sgomento della commozione, a se stesso. Una sorta di paradosso, se si vuole, questa idea che il male nasca perché l’uomo non riesce a dare una definizione di cose che non capisce e quindi finisca per inquadrarle nell’idea del male elaborando intorno a questa attribuzione terminologica l’insieme completo di definizioni, di categorizzazioni e classificazioni.
Resta la constatazione che la casualità accidentale del male, unito ed intrecciato alle circostanze delle vite comuni, si pone come effettività sistemica e normale, senza possibilità di rimandarlo in un postribolo di rifiuti come fenomeno deteriore, accidentale, deviato, inaccettabile, implausibile, innaturale. D’altronde, il mondo della natura vive di lotta per la sopravvivenza, di battaglie, predomini, di atteggiamenti sostanzialmente naturali contornati di vita, di morte, di dolore e di tragedie che noi percepiamo e definiamo come tali, ma che non meritano una precisa identificazione perché sono come sono in quanto sono.
A ben pensarci, chi crede in un Dio Onnipotente e Creatore di ogni cosa, giustifica e motiva il male attribuendolo ad un disegno dell’assolutezza di Dio che noi umani non possiamo comprendere e definire, senza rendersi conto che tale ragionamento, spinto alle estreme conseguenze, deve costringere (con la ragione della fede) ad accettare qualunque cosa ci succeda come un dono d’amore divino, e quindi a posporre il dolore atroce che si prova nei confronti delle tragedie personali, all’amore indiscutibile e incontrovertibile per il Padreterno, ma la verità è che non esiste alcun individuo che nella sincerità della propria coscienza abbia accettato, senza mai imprecare e dubitare, tutte le decisioni divine arbitrarie ed atroci che hanno segnato la propria esistenza nel dolore e nella sofferenza. Mentre chi non crede in un Dio del genere, consegna il Male alle cose inevitabili della vita degli uomini e della natura, senza darsi altra ragione che questa spiegazione illusoriamente logica e consolatoria. Nell’uno come nell’altro caso, il male appare una cosa naturale ed innegabile, senza avere un peso morale peggiore o diverso dal resto delle cose che accadono in natura, e dunque nella scelta precisa di una volontà volta al male ci sarebbe tutta la dignità della libertà umana, dettata dal disegno di una mente creatrice ed onnicomprensiva a cui attribuire ogni responsabilità, o di una natura che è così com’è e sulla quale non è possibile discutere od obiettare, tanto più in quanto esseri ospitati in essa successivamente alla sua misteriosa apparizione.

VECCHIOLEVIATANO 2001

Lo scopo della filosofia del VecchioLeviatano è il punto di approdo dell’equilibrio interiore, e si fonda, si nutre e si addolora sulla contrapposizione tra:
il “Sistema” ed il mio sistema.
il “Sistema” è la realtà così come viene presentata e vissuta, spacciata per vera ma in realtà apparenza e finzione.
il mio sistema è invece la verità come viene percepita dal mio spirito, e dunque reale e realmente esistente senza bisogno di altre dimostrazioni. Poiché qui io scrivo ed io penso, io cartesianamente esisto e sono, mentre il Sistema è totalmente in discussione..
Dice che io esisto all’interno della realtà del Sistema, ma in realtà il Sistema, senza le singole, molteplici, uniche ed irripetibili realtà non esisterebbe perché non sarebbe mai pensato né parlato.
Nel mondo animale e vegetale non esiste alcun Sistema: è un mondo che semplicemente vive, e vive in semplicità perché manca di parola e dunque di autocoscienza.
il Sistema si fonda e si legittima sulla parola, sulla invenzione della Parola, la più temeraria, geniale ed inspiegabile, certo la più importante invenzione del genere umano.
Con gli stessi mezzi, il Sistema può essere sconfitto e svelato nella sua menzogna attraverso la Parola, o meglio attraverso le parole su cui si fonda il mio sistema.
Da qui nasce la contrapposizione tra il Sistema ed il mio sistema: dalla Parola e dall’uso che ne viene fatto dalla filosofia del VecchioLeviatano.
Questa è la ragione di vita e di esistenza della filosofia Leviatana.
Se solo si riflette sul concetto che tutte le costruzioni, le evoluzioni e le realizzazioni della razza umana derivano dall’invenzione della Parola, si può capire come il fine più nobile di ogni filosofia dello spirito umano sia quello di indagare sul mistero della Parola, o meglio sull’uso dell’invenzione della parola allo stato attuale, e sull’idea o la possibilità che la logica e razionale destrutturazione del linguaggio possa condurre a destrutturare il Sistema ed a svelare, svelandole, le sue imposture.
Questo è il solo modo per rendere omaggio e gratitudine all’invenzione della Parola ed utilizzare le parole per compiere la sola rivoluzione realmente rivoluzionaria, perché in grado di destrutturare la finta realtà del Sistema dal suo interno, un interno che finisce per inglobare ogni altra sistematizzazione possibile del reale.
Nessuno potrebbe negare alla Parola il ruolo di invenzione totale ed onnicomprensiva, perché in essa e da essa è partita l’evoluzione della razza umana, il pensiero, la costruzione delle civiltà e lo sviluppo delle scienze, delle tecnologie e dei sistemi sociali, politici, economici e morali.
Nessuno potrebbe altresì negare che tutto il Sistema creato dalla parola si vale oggi dello strumento della distorsione del linguaggio e della sua manipolazione per imporre l’idea ed il pensiero di una realtà che non è la vera realtà, bensì un simulacro di realtà.
Quel tutto, l’embrione di sistema poi divenuto Sistema, che la Parola ha creato, si è ribellato alla sua matrice originaria ed ha coscientemente e perversamente deciso di strumentalizzarla per estendere il suo dominio alle menti delle popolazioni, distorcendo il senso ed il significato di ogni singola parola, discorso e pensiero, per imporre la sua forza di volontà pervicace e paralizzante.
Ogni tipo di sottosistema all’interno del Sistema: politico, economico, finanziario, sociale, morale, religioso, tecnologico e scientifico utilizza lo strumento barbaro e sconcertante della distorsione del senso e del significato e della logica intrinseca della parola e del discorso.
Pertanto, la sola rivoluzione pensabile, attuabile ed auspicabile può e deve nascere all’interno del sistema del Linguaggio.
E’ un compito doveroso cui nessuna mente umana attratta dal pensiero dello svelamento della verità dovrebbe sottrarsi.
Alla lunga, non è interessante né significante parlare di qualunque cosa: qualunque discorso possibile ed immaginabile ha connotati e sfondi di un effimero senza fine. Si può discutere e ragionare di tutto e su tutto, ma si tratta di pensieri e parole che non hanno senso se non una causa esclusiva, cioè l’uso della parola dall’invenzione del linguaggio ad ora, e sempre.
Si tratta di un gioco con delle regole, senza le quali il gioco stesso è un involucro vuoto, un guscio sfiorito ed inadatto a qualsiasi tipo di utilizzo.
Da questo punto di vista, il sottosistema del gioco, come un qualunque sport, ha molta più sensatezza e logica reale di qualunque altra realtà spacciata come tale, perché si basa su presupposti scritti e/o condivisi e sulla consapevolezza di quei presupposti convenzionali a fondamento di esso. il Sistema globale, invece, ignora o finge di ignorare i suoi presupposti e per questo motivo deve essere smascherato e ricondotto alla sua reale natura, cioè quella della finzione e dell’inganno.
Come si realizza una rivoluzione della realtà attraverso la destrutturazione del Linguaggio posto alla sua base? Innanzitutto, ricordando ed avendo ben preciso lo scopo di una tale rivoluzione, che non è e non vuole e può essere finalizzata ad un presunto progresso, o evoluzione, o costruzione di una parvenza di rinnovata realtà, ma che sarà essenzialmente quello di destrutturare e distruggere: distruggere qualsiasi pretesa di senso, di verità, di logica artificiale.
La maggior parte delle persone è sgomenta, scettica e critica al cospetto di un proclama di distruzione, destrutturazione e rivoluzione senza senso o finalità utilitaristica, ma questo accade perché gli individui credono di avere uno scopo, un significato, una finalità ultima legata alla propria esistenza, e di questo investono lo strumento che rende loro possibile pensare ciò: il Linguaggio.
Invece, anche queste sono parole. Senza di esse non esisterebbe alcun proclama, alcun timore ed alcuna logica distruttiva, ma senza di esse non esisterebbe nulla di ciò che siamo capaci di concepire come esistente e non esistente, e dunque tutto si tiene a tutto, e tutto ciò che si dice ha più realtà della stessa apparente realtà, sebbene effimera, ma col vantaggio dell’autoconsapevolezza di ciò, del suo pensiero e del suo tratto illusorio.
Se non si fosse ancora compreso, l’idea filosofica che muove ed armonizza queste parole è che non è pensabile lasciare che il discorso e l’agenda dei pensieri ci venga imposta da un Sistema che utilizza e perverte il Linguaggio, da cui nacque e su cui giustifica la sua esistenza, per utilizzare e pervertire la razza umana.
La riappropriazione del Linguaggio da parte di ogni singolo individuo, al di fuori di qualunque logica e sensatezza sistemica, è la sola libertà rivoluzionaria possibile ed immaginabile, e vera, che possa esistere.
Questo dato è un punto fermo ed incontrovertibile, perché è un insieme di parole che non hanno uno scopo strumentale, ingannatore o sovvertitore di alcun tipo di presunta realtà.
Son parole di una verità disarmante e disarmata, disadorna e siderale: sono parole che nascono da una autoconsapevolezza libera da ogni infingimento ed aperte ad ogni illusione pensabile.
Ecco perché sono parole rivoluzionarie.
Si potrebbe sospettare la potenziale intrinseca contraddizione, o paradosso, nel voler attuare una rivoluzione che abbia come scopo la destrutturazione del Linguaggio attraverso l’uso del linguaggio medesimo, caso anomalo in cui lo scopo che ci si prefigge è rappresentato dall’annientamento del mezzo con cui quello stesso scopo viene perseguito, un po’ come distruggere le armi con l’uso di altre-le stesse armi.
Eppure, la contraddizione paradossale della cosa si scioglie come neve al sole se si pensa che l’immaterialità del Linguaggio si presta a qualunque manipolazione, e nessun tipo di manipolazione può essere peggiore di quella che strumentalizza il linguaggio per erigere un Sistema fasullo spacciato per realtà incontrovertibile.
La parola, in questo caso, è utilizzata non “a fin di bene”, ma tout court “a fin” e per la sua stessa ragione di esistenza e di senso può prestarvisi e non protestare, perché ogni suo singolo elemento viene ricondotto al fine originario, che è l’invenzione dal nulla che mira a svelare il nulla medesimo.
Esiste una metodologia che proseguendo logicamente, o cronologicamente, possa indicare la strada da seguire nello scopo? Anche in questo caso, esiste un criterio anti-logico – nella finta logica del Sistema, che coerentemente opera per sottrazione: non abbiamo bisogno di un profluvio di Parole, e questa è una semplice dimostrazione dell’utilizzo anormale, anomico o abnorme che si può fare del linguaggio, per distogliere l’attenzione e depistare l’individuo comune di fronte all’immediatezza della verità celata.
Nel momento in cui si abbandona ogni fumosa filosofia del discorso, del ragionamento, della dimostrazione e della persuasione, e si decontestualizza il modo di dire, l’espressione fatta, l’incastro di parole apparentemente logico e coerente, o la semplice semplice parola, si riconduce l’invenzione per eccellenza al suo ruolo per eccellenza: il disvelamento dell’inganno, quindi il disinganno ed anche il disincanto perché, come si spiegherà nel prosieguo, la musica, l’armonia e l’effetto sonoro costituiscono una specie di controcanto alla missione della destrutturazione del linguaggio (un esempio illuminante: i 4’33” minuti di composizione di John Cage).
Procedere senza un percorso precostituito è l’elemento speculare del fine da ultimare, ha una logica coerente al discorso enunciato, non si assoggetta all’ennesima impostura del Sistema, e declara la sua semplicità filosofica con i fatti delle parole anzi che con le parole dei fatti indimostrati ma argomentati come reali.
Ci sono alcune figure che a nostra insaputa ma a loro saputa contribuiscono alla missione e fungono da appiglio necessario al processo filosofico in atto. Si troveranno lungo il cammino, secondo associazioni casuali di pensieri non casuali: Leopardi, Kafka, Lynch, Yorke, Battisti; Blob, Bukowski, Gaetano (nunteregghepiù). E’ un elenco totalmente riduttivo, ma è un richiamo della memoria, come idea della parola memoria da tirare in ballo perché, come logica vuole, l’annientamento del Linguaggio produce la dipartita del pensiero e della memoria basica dell’individuo. Ma questo, va da sé, deve costituire proprio l’ultimo dei nostri pensieri, di nome e di fatto.
Ecco perché questo sistema, il mio sistema: non è un sistema che procede in modo sistematico, non ha forme definite, non può e non deve, perché è l’imperativo del linguaggio che lo detta e lo plasma ed ogni vera creazione, specie se distruttiva, non può camminare lungo alcuna strada definita, deve procedere libera perché la sola libertà consiste nello stabilire da sé, intrinsecamente, attualmente il percorso per approdare al fine, essendo il percorso esso stesso fine, in tutti i significati che la parola fine ha.

PARENTESI
per combattere la paura dell’irrilevanza, cui si tende a ricondurre per snobismo o terrore o superflua ignoranza tetra e totale ogni tentativo di scarnificazione di un costrutto artificiale attraverso la sua rappresentazione verbale immediata, è meglio tenersi alla larga dalle illusioni circa traguardi competitivi cui approdare per massimizzare la risonanza della propria personale opera, e guardare alla vita in un modo che metta in rilievo la nostra coerenza e linearità, esaminando fino a che punto la nostra storia e le nostre esperienze siano organizzabili in un insieme dotato di senso. Cercare una coerenza intima, individuale ed indipendente dal continuo confronto con gli altri: quando vediamo uno Chagall non ci chiediamo se sia migliore o peggiore di uno dei quadri di Picasso, perché c’è una logica interiore nei quadri del primo e ce n’è una diversa nei quadri del secondo: ed entrambe le logiche offrono un senso di compiutezza estetica. Autoaccettazione attiva: quel modo di guardare alla propria vita con onestà, cercando di fare ciò che è nelle nostre possibilità purché sia in linea con la nostra coerenza interiore.
Attenzione.
Ciò che mi rende uomo, cioè titolare potenziale di diritti e di un’ambizione di libertà, di pace e sussistenza, non è il fatto di essere nato, l’esserci; ma quello di possedere un linguaggio, il pensarvici.
Pensateci.
Io posso rivendicare anche come mia l’invenzione del linguaggio? Sì, perché se uso la sola vera invenzione che caratterizza il fatto di essere uomini, un sistema che mi nasce da dentro e pervade la mia coscienza pensata e pensante, io posso impadronirmi di questa invenzione, come non potrei, invece, per l’invenzione della ruota, o del fuoco, o della radio – tanto per dire.
Se io posso ricondurre anche a me stesso il riconoscimento dell’invenzione del dato per eccellenza che caratterizza la razza cui appartengo, perché usandola mi qualifico come uomo – quindi rivendico come mio quel mio dato di appartenenza – e qualificandomi come uomo – che usa avendo inventato ed inventando – il linguaggio, io sono tecnicamente e filosoficamente libero di utilizzarlo e farne quel che mi pare, è il linguaggio che vuole questo, è il linguaggio che presuppone questo.
Ecco perché la de-strutturazione del linguaggio è la più alta forma di libertà riconosciuta all’individuo, e riconosciuta a se stesso dallo stesso linguaggio che ne certifica il suo essere uomo ed il suo essere libero.
Quindi il Linguaggio, per essere una sola cosa – realmente, esistenzialmente – con l’essere umano, chiede al suo inventore e proprietario che egli lo distrugga.
Distruzione e destrutturazione come atto creativo o come atto a prescindere, come modalità per distruggere la menzogna e l’illusione perpetrata da secoli, la dislocazione del linguaggio nella valle del non significato, della separazione tra il senso delle idee ed il senso delle cose, come asportazione del legame tra Linguaggio e Realtà.
Quel che a volte scoraggia l’impresa di chi scrive, allo stesso modo in cui attrae e incuriosisce l’attenzione di lettori maggiormente ingegnosi o insidiosi, è capire come procedere e perché il percorso abbia seguito quella direzione anzi che le altre tutte che avrebbe potuto affrontare. Ma la logica della libertà di parole in atto di puro pensiero non conosce il senso della sua origine né della destinazione fittiziamente precostituita, tutte caratteristiche e prerogative del linguaggio da impostura difatti imposto dal Sistema.
Molto spesso si soprassiede sul fatto che noi tutti – ancor prima di essere razza umana causa Linguaggio – fummo atomi di elementi creati da un’esplosione della quale non sapremo mai motivo, causa e finalità. Ciò a cui dobbiamo attenerci è il qui ed ora, lo stato dell’arte attuale, consapevoli dell’insensatezza e della inspiegabilità perenne del come, quando e perché. Allo stesso modo il pensiero va. Per rintracciare un senso che non esiste, bisogna porre attenzione su ciò che accade e ne viene, perché dietro, intorno o dentro le logiche e le spiegazioni girano a vuoto, come tante categorie del sistema applicate a mondi che di sistematico nulla hanno. Come voler parlare di politica o di morale per il regno animale o vegetale.

RIVOLTA(I)RE SENSO IN MODO RIVOLTANTE
E quindi, tanto per capire su cosa stiamo ragionando, provando a svelare lo scandaloso traviamento e la pervicace artefazione del linguaggio, analizziamo uno dei capisaldi della cultura occidentale degli ultimi secoli: l’affermazione di Voltaire secondo la quale pur non essendo daccordo con la tua idea darei la vita perché tu possa esprimerla.
Se ciò fosse vero, se questa breve sequela di parole insensate e infingarde spacciate per esempio illuminante di democrazia dai gestori del potere del Sistema avesse una qualche logica morale inattaccabile e riconoscibile da chiunque a tutte le latitudini, io non potrei – col mio sacrificio a beneficio della tua libertà di espressione morendo – mai più esprimere la mia opinione (a vantaggio della tua, salvata dal mio immolarmi), in tal modo privilegiando il valore di una cosa immateriale che non mi appartiene a quello di una cosa materiale ed immateriale che sono io stesso; oltretutto, in tal modo, io non potrei mai più esprimere la mia, di opinione, compresa eventualmente quella di non essere daccordo con l’affermazione iniziale – come sto argomentando in questo momento. Poiché io sono io, tu sei tu, ed il paradosso è un paradosso, questo è un luogo comune, e della peggiore specie, perché non si nutre di leggende e convenzioni sociali e di vita che nascono dal basso, ma viene calata dall’alta e spacciata come incontrovertibile verità a fondazione del sistema democratico degli imperi occidentali, o come formula filosofica valida per tutte le epoche e tutti gli uomini a significanza del valore morale della libertà di espressione. Che si voglia sostenere che io guardi il dito e non la Luna indicata, il discorso non cambia. Se si vuole dire che ogni uomo ha diritto a dire la sua, lo si dica in questo stesso modo. Se si vuole usare un’iperbole ad effetto si svilisce e prostituisce il linguaggio e con esso il senso che quel modo di dire accompagna a sé, mettendo a confronto le prerogative di un me ed un te che non hanno alcun senso di giustapposizione. Oltretutto la formula è così banale, di maniera, ad effetto per menti incapaci ed inadatte al pensiero, che non ci si rende conto che questa valutazione che di essa qui se ne fa è paradossalmente inattaccabile perché, se qualcuno volesse in qualche modo impedirne la sua espressione, qualcun altro dovrebbe dare la vita affinché io possa invece essere libero di farlo. Pertanto, sulla base di essa, la confutazione che io ne faccio della sua veridicità, o viene accettata integralmente – nei termini in cui io la espongo qui – o viene rigettata. Ma in quest’ultimo caso, per quante sono le persone che ne rigettano ostilmente l’essenza, ho bisogno di un numero uguale di persone disposte a morire per essa, affinché la mia libertà di opinione possa essere comunque garantita.
Voltaire, in sostanza, ha scritto cose migliori.

 

EPILOGO

L’invenzione della Parola ci ha reso Umani.
In cambio, l’Umanità ha progressivamente reso alla Parola il peggior servizio, svuotandone il senso e svilendone i contenuti, piegandola ai propri fini barbari e disumani ed in ultimo distruggendola.
Non credo più alla Parola, perché ciò che abbiamo oggi in sua vece, al posto della Parola creatrice di umanità, è il feticcio dell’impostura, del traviamento, dell’artifizio scenico vuoto ed antipode: in una Parola, non è quello che creò l’Umanità ma il suo esatto contrario e per questo al posto dell’umanità abbiamo la dis-umanità, causa ed effetto della dis-parola.
Pertanto, non mi interessa più la Parola contemporanea, il chiacchiericcio e la letteratura, il romanzo, la produzione verbale attuale: è roba finta e finita.
Per quanto anche io sia il prodotto di questa finzione e di questa alterazione e alienazione della mia ancestrale e arcaica umanità, la parte più recondita del mio profondo e umano ricordo mi suggerisce ancora, e coscienziosamente, di preferire il vero al finto, almeno per quanto attiene alla ricerca di un confronto vero tra me e la mia coscienza di esserci.
Ecco perché credo che un racconto reale di una persona reale su un suo vissuto reale, fosse anche l’aneddoto del macellaio o del ragazzo del bar su qualcosa capitatogli appena ora, abbia più senso e più valore di un romanzo o racconto di fantasia, qualsiasi sia.
Non starò a ripetere la mia idea-sentenza secondo cui c’è molta più fantasia nella realtà che nella fantasia. Ma così è.
Ripeto: parte tutto dalla constatazione raggelante che ciò che abbiamo a fianco è un cadavere impagliato che vogliamo spacciare come vero, vivo e reale.
Ecco perché preferisco leggere testi andati, di persone che riflettevano di questo e su questo, sulla vita e la morte, la parola e la imperdonabile razza, di capire come sia strabiliante verificare che il loro modo di pensare e vedere l’esistenza sia simile identico al mio, passati gli anni, distrutti i tempi, è sempre la stessa tragica canzone.
Voglio solo confrontarmi con persone che pensano e raccontano loro pensieri muti.
Se leggo l’indice della notevole mole di libri e di autori miei compagni più recenti degli ultimi anni, posso dedurre precisamente il senso di questo pensiero qui riassunto e siglato.

CONCLUSIONE

Ogni singola lettera di ogni singola parola di ogni singolo pensiero di ogni singola espressione da me prodotta, ogni video, ogni foto, ogni musica, aforisma, canzone, poesia, ogni preciso momento di manifestazione interiore della mia autocoscienza costituisce irrevocabilmente IL MIO SISTEMA. Come tale, per quanto qui proprio ed ora scritto, nella massima espressione della circolarità che non teme alcuna forma di contrarietà: incontrovertibile, inattaccabile, irrefutabile, infinito.

SISTEMA FILOSOFICO VECCHIOLEVIATANO

RICORDO-RIFLESSIONI-SETTEMBRE 2010

“il ricordo, che non è ciò che non si è più, ma ciò che non si è mai stati il coraggio di essere” – diario del 23 ottobre 2004

Rileggendo questa frase, ho riflettuto sul suo significato: sull’idea, cioè, di voltarsi indietro e guardare alla vita trascorsa come a qualcosa che sistematicamente ci appare rimpianto, e di dare preponderanza a ciò che non è accaduto, a ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, alle occasioni perdute, e perdute, o sciupate, o smarrite o negate essenzialmente a causa nostra, cioè attribuire con poca indulgenza quelle mancanze ai nostri propri limiti (materiali, mentali, di volontà, di coraggio appunto).
In effetti, anche quando si ripensa al passato in chiave nostalgica ma tutto sommato positiva, un bel ricordo, un bel momento, un pensiero che suscita il sorriso sulle labbra, l’atto stesso – attuale – di voltarsi indietro implica che c’è qualcosa in questo momento – nel presente – che ci spinge a fermarci ed a guardarci alle spalle, come se l’approdo odierno non fosse stato quello auspicato (nel qual caso non avremmo avuto l’esigenza di voltarci indietro), come se un bel pensiero di un momento andato fosse preferibile ad un pensiero attuale di questo preciso momento.
Da questo, mi sono spinto ad una riflessione più generale sul processo della interpretazione, una interpretazione non più contestuale e relativa quindi al significato della frase in sé, ma direi “ontologica” e formale, cioè relativa proprio ai meccanismi che ci spingono ad interpretare determinate cose ed al come ed al perché di quegli stessi processi identificativi: se vogliamo, una riflessione sui processi interpretativi dell’arte in generale (ricordo – tautologia! – che una considerazione del genere la feci già anni fa sulla scia di una frase sulle “rose”, fatta da Cristiano e che generò una mia riflessione scritta. Così come le altre molteplici riflessioni nate da uno spunto – una scena di un film, una frase ascoltata, o detta istintivamente, e tutti i pensieri nati “sotto fumo” in generale), processi in cui si attribuisce, con la riflessione razionale, un significato ad una frase o un concetto, così esteso da porsi l’interrogativo seguente: se quella riflessione fosse già presente in noi, nel profondo, nell’inconscio ed alla fine sia venuta fuori mirabilmente e miracolosamente esemplificata da una frase-spot, o se siamo noi che cerchiamo sempre, per il bisogno di ordine e di logica nelle cose della vita, di dare ex-post un’interpretazione ad una semplice affermazione istintuale.
Per come evidentemente la penso io, entrambe le cose possono avere un senso attendibile e riconosciuto. E’ vero ad esempio che tanti pensieri vivono nel nostro inconscio e che, essendo noi personalità a 360 gradi, per ciò che razionalizziamo nella coscienza e per ciò che si dibatte preciso nel nostro profondo, che è parte di noi anche se non emerge con chiarezza e razionalità ai nostri pensieri, questi stessi definiscono forme magmatiche precise e nostre che talvolta vengono fuori in forma onirica, talvolta si rafforzano attraverso gli esempi della realtà e permangono ad incastonarsi nel profondo inconscio fino a formare un sistema solido ed articolato che trova poi esemplificazione in un pensiero sintetico e calibrato che viene fuori all’improvviso come magma di un cratere al culmine delle forze e degli equilibri che generano l’eruzione.
Ma è anche vero che senza interpretazione a posteriori non esisterebbe l’arte e la letteratura e che siamo noi, con la nostra sensibilità, con la nostra necessità di ritrovare la nostra unicità nel confronto con il mondo esterno, a proiettare spesso su una cosa che è-ciò-che-è, quello che noi, in base a cultura, gusti, sensibilità, o schemi e modalità pratica di ordinamento del (nostro) mondo, riteniamo che sia, che possa essere o voler essere e significare.
Alla fine, al dunque, ho pensato che tutti questi pensieri erano piacevoli, in un certo senso divertenti, stimolanti, un innocuo ma forte passatempo, eppure, come è propria di ogni mia riflessione, la chiusura circolare del ragionamento si è avuta con un paradosso, che in sé riprende l’idea paradossale di un aforisma semplice tout-court (tutti gli aforismi sono un’iperbolica estensione di una breve e limitata porzione di verità ad una superficie di verità apodittica): il paradosso consiste nel ritenere che io fossi d’accordo con quella frase iniziale (“il ricordo, che non è ciò che non si è più, ma ciò che non si è mai stati il coraggio di essere”) più perché mi piace la frase in sé (come gioco, aforisma o provocazione paradossale) che perché la ritenga vera rispetto al mio modo di vedere il mio passato e la mia vita (cioè alla diretta e concreta applicazione di quella frase a me stesso e della mia biografia ), immaginando di aver fatto in ogni momento della vita la scelta più giusta che in quel momento potessi fare, anche in funzione del coraggio che avevo o che non avevo in quel momento, alla volontà, al desiderio o altro.
Una riflessione su una frase, sulla sua interpretazione, in fondo sul passato (una mia frase di 6 anni fa che per un motivo ben preciso – ricollegabile al senso della frase stessa (altro paradosso!) – avevo ripescato in questo momento), e poi sui processi interpretativi, sull’arte e quanto più se ne voglia, ed il tutto per arrivare alla considerazione che quella frase – almeno per ciò che riguarda me, cioè il suo autore – avesse senso perché bella come aforisma, più che vera.
Ed in ciò, in questa riflessione finale che mi ha fatto ridere e commuovere, ho ritrovato il senso che ha per me la scrittura.
La mia, naturalmente.

VECCHIOLEVIATANO 2010

MASCHERE

E ritornavo al significato più intimo del concetto legato al giudizio, la valutazione (individuale, supposta) altrui, e degli altri. Avevo appurato e concluso che quando giudico la vita, i comportamenti, le parole di un altro individuo, ho la necessaria e basilare cognizione di causa che mi permette – lucidamente, scrupolosamente – di discernere fra la mia indubbia valutazione e l’essenziale verità che caratterizza il mio interlocutore, la quale, nel segno di un principio di rispetto universale, non potrà da me mai essere realmente conosciuta, e quindi rivelata, giudicata e certificata. Il giudicare veleggia tra questi due aspetti, che riuniscono i loro volti in un paradosso. Il mio è un giudizio apodittico e personale che niente e nessuno potrà modificare. Ma nel mentre lo pronuncio, so che il bersaglio cui si indirizza è un muro di gomma, una maschera sociale, perché il vero destinatario è ignoto e dignitoso nella sua in conoscibile unicità.
Questo vale per chiunque: per gli amici, i familiari, le persone care, qualche semplice sconosciuto, personaggi pubblici ed estranei totali. Proprio come i personaggi di un film.
Noi, assistendo ad uno spettacolo, cerchiamo di capire e di dare forme ai protagonisti che danzano sullo schermo (o sul palco, o in un libro) e li interpretiamo, li amiamo o li detestiamo, in una parola: li giudichiamo. Poter rivedere quella rappresentazione, o una messa in scena seriale, ci permette di cogliere altre piccole sfaccettature di quel poliedrico individuo. Eppure, al fondo, resta che dietro di esso si cela un attore, che presta il suo volto al personaggio ma del quale – nel momento della finzione filmica, sparisce ogni traccia. Ed ogni nostra velleità di pensiero conoscitivo si infrange contro la sua maschera che vive ed anima il nostro (individuale e comune) dibattito personale.
Ora, questa storia di maschere e di finzioni rischia di assumere una valenza negativa, spregiativa, come quando ad una parola od ad un’idea si associa per riflesso condizionato (istintivo) da secoli di pregiudizi, un significato che né etimologicamente, né sostanzialmente appartiene a quella parola, a quel concetto.
La finzione, la simulazione, il nascondersi dietro un velo vengono maldestramente accostate all’atto dell’ingannare, del tradire le aspettative, del confondere le acque per scopi occulti e – spesso – pericolosi.
Non è così: non sempre, non nel nostro caso. Se ci si rendesse conto che l’impossibilità di giudicare una vita dipende dall’irripetibile unicità di una coscienza vivente santificata da un continuo solo di spazio e tempo a coordinare la sua esperienza terrena, e se quel principio di verità permettesse di collocare il nostro giudicare gli altri (ed essere dagli altri giudicati) in una dimensione surreale, quindi parallela della realtà (dove ogni nostro pensiero, idea, concetto sul prossimo è sia lecito e dovuto, perché parte delle percezioni della nostra coscienza, ma altresì splendidamente vacuo, perché tocca il fenomeno e non il noumeno della vera essenza e coscienza altrui), allora ci si renderebbe conto, con piglio emotivo e scintillante, che ogni vita vissuta e vivente è un miracolo cosmologico, proprio perché assolutamente specifica e solitaria, in mezzo ad un caos di stelle e tempi infiniti.
Questa unicità spiazzante e suggestiva ci fa paura. E ci commuove. Ci apre le porte di una siepe buia e squarcia un pozzo fondo millenni. Da un lato premia la grandezza del nostro orgoglio e della dignità; dall’altro isola le sensibilità del nostro spirito in un mare di solitudine. In mezzo a miliardi di esseri viventi – non uno identico a me, non uno con cui condividere la globalità delle mie sensazioni, del mio animo, delle mie emozioni.
Un’angoscia infinita. Ed è l’istinto che prevale, di fronte alla paura, alla sopravvivenza che incombe e ci segnala moniti arcani, alla speranza disperata ed alla solitudine condivisa. E, normale conseguenza, costruiamo per noi un rifugio tutto nostro, un utero fetale post-natale, uno spazio in cui il mondo misterioso, aperto ed ostile, non ci pervada, non modifichi i connotati di quella nostra autocosciente unicità. La maschera è il velo di Maya dell’estrema autodifesa, un inno alla vita individuale e nostra propria.
Non è fatta per tradire e per ingannare gli altri ed il mondo. E’ fatta per difendervici, per difendere se stessi in un mondo che giudichiamo a vuoto e che cerca, prova, insiste a volerci giudicare, conoscere, per schedare la nostra coscienza. Non sarà mai così, nel gioco di paradossi e di finzioni.
Finché esisterà la maschera, esisterà l’irripetibile unicità della propria coscienza.

VECCHIOLEVIATANO 2010

Per esemplificare tutto in un istante, un’immagine, un diario di un d(i)ario.

VECCHIOLEVIATANO 2020

Mi viene in mente l’idea che, molto probabilmente, quello che noi stiamo vivendo adesso non convince molto come senso della realtà. Quello che noi sperimentiamo, questo mondo e questa vita, non è la vera realtà o semplicemente non è la realtà, ed è logico giungere a questa conclusione paradossale ed apodittica.
Infatti, prima o poi tutti quanti dobbiamo morire, ma tutti inteso come tutte le cose che esistono al mondo, tutti gli esseri pensanti ed essenti che nascono e vivono ed hanno una presunta coscienza di sé e del mondo circostante.
Sicché, se dopo la vita, nell’ora suprema della morte, non esiste niente, questo significa che la vita è stata inutile, un nulla, un punto, poiché siamo stati infinitamente non nati, poi abbiamo vissuto un certo periodo di tempo, e poi morendo resteremo infinitamente morti. Quindi la vita che abbiamo vissuto è del tutto insignificante (a parte che va a perdersi nel nulla tutta la nostra specificità, le emozioni e le sensazioni), assumendo la circostanza di un particolare trascurabile, è come se fosse stato un volgarissimo e banale sogno: nel sogno può succedere ogni cosa, possiamo commettere qualunque crimine, esplorare qualunque transitorietà, possiamo percorrere qualunque via, però poi il risveglio cancella la sua materialità, come se non ci fosse mai stato veramente. E’ stato un attimo della giornata, e d’altronde quando andiamo a letto, dal momento in cui ci addormentiamo al momento in cui ci risvegliamo, non essendo coscienti del tempo che passa, ci sembra che siano trascorsi pochi minuti, due secondi appena.
La stessa cosa per la vita, nell’ipotesi in cui non ci sia niente dopo la morte: prima di nascere siamo nulla infinito, e così dopo la vita; in mezzo una piccola discrepanza, una discontinuità accidentale, un’increspatura del tempo in cui si è vissuto giusto tre secondi (infatti, la durata della vita che nella coscienza quotidiana si sospende tra passato e futuro, all’attimo della convinzione ineluttabile del morire ci appare come qualcosa che sia trascorso e bruciato nel breve volgere di pochi istanti), un colpo di vento casuale del tutto trascurabile rispetto all’infinito precedente che non nacque mai ed all’infinito mortale che verrà.
Oppure, e questa è la seconda eventualità, può esistere una qualche sorta di vita dopo la morte (ma, essendo questo concetto letteralmente un ossimoro, dirò una qualche inestricabile ed intraducibile forma di esperienza post-terrena) che si abbraccia ad un momento in cui noi non abbiamo una consistenza corporea, bensì spirituale e metafisica, ed allora sarà inevitabilmente quella la vera realtà, perché probabilmente essa avrà una durata molto più complementare rispetto al disegno per il quale siamo stati creati che non questa esistenza, cioè: è quel tipo di essenza che darebbe senso a questo nostro attuale vivere, il quale si articolerebbe come una specie di proiezione, come una sua immagine deformata allo specchio.
Quindi, nell’uno come nell’altro caso, questa realtà non può essere la vera realtà, e di questo ognuno di noi dovrebbe esserne cosciente.
Una soluzione illogica potrebbe portare al pensiero che questa nostra vita, in rapporto all’infinito, si configura apparentemente come un sogno, come se stessimo sperimentando una dimensione onirica di qualche cosa che purtroppo non abbiamo i mezzi per interpretare razionalmente e consciamente, non essendovi una possibilità, nella fase del sogno che stiamo vivendo, di cogliere ciò che è fuori dalla nostra realtà, e cioè la vera essenza umana.
Un po’ come la fase del sogno che caratterizza le nostre notti, legata certamente all’esperienza del quotidiano mediante simboli, immagini e parole, ma scollegata materialmente da essa, con uno scarto mentale che potrebbe sussurrarci un ponte immaginifico tra la vita che noi crediamo di vivere e ciò che ci contraddistinguerà successivamente in una dimensione inafferrabile della nostra componente umana attuale.

VECCHIOLEVIATANO 2002

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