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Category: Sistema Filosofico Vecchioleviatano


tu mi chiedi di Maradona, ma io non ti racconterò di Maradona: della sua vita hanno parlato in tanti, in troppi, in tutti. Tu mi chiedi ancora di Maradona, ed io allora ti parlerò della vita di un bambino, il terzo di 4 figli di una famiglia di Napoli, e ti racconterò 7 anni di storie intrecciate, semplici complessi incancellabili fotogrammi della memoria, e lascerò che sia tu con la tua sensibilità, con l’amore di queste parole, a capire la vera storia di Maradona, attraverso la storia di quella famiglia.

Questo racconto comincia nella primavera del 1984, quando questo bambino di quasi 12 anni sognava di vedere giocare nel Napoli il Grande Campione, e ritagliava foto e notizie dai giornali sportivi, e ci riempiva i suoi quaderni a quadretti, ed ogni giorno il grande Campione si avvicinava al Napoli, ma il giorno dopo se ne allontanava, e lui tagliava e ritagliava quel saliscendi di titoli di giornale, e modificava i suoi piccoli commenti accanto a quei ritagli incollati nel quadernetto.

E poi un sabato, il 30 giugno dell’84, alle 8 della sera, quando il trasferimento del secolo sembrava oramai sfumato, e quel bambino era sospeso sulla scaletta che conduce al soppalco per andare a prendere i costumini e le scarpette da mare (che il giorno dopo si andava con la famiglia a Seiano) il telegiornale dalla televisione in bianco e nero alle sue spalle annunciò che la trattativa per Maradona a Napoli si era riaperta a poche ore dalla chiusura del calciomercato.

E così, tutta la sera e tutta la notte, quel bambino e il suo papà rimasero in cucina a guardare le televisioni private, finché in sovraimpressione non comparve la scritta “Maradona è un giocatore del Napoli”. E quel bambino abbracciò forte suo padre.

Poi venne luglio, e dopo la storica presentazione di giovedì 5 allo stadio,  il Napoli andò in ritiro a castel del Piano, e nella prima amichevole Maradona segnò un gol in rovesciata, e quel bambino cominciò a vedere le sue prodezze in televisione, e cominciò a sognare. Ad agosto, quella famiglia di Napoli non andò in vacanza, ma una domenica di inizio settembre fece visita ai parenti della mamma a Vico equense/Seiano, e quella domenica in coppa italia a Pescara il Napoli vinse 3-0 e Maradona (che già era andato a segno nelle precedenti partite) realizzò una rete da terra, astrale: seduto spalle alla porta. Quel ragazzino vide il gol con i cugini della mamma che sembravano felici ed entusiasti, ma il più contento di tutti era lui.

Perché il campionato era alle porte, e la vita pure.

Ma il campionato non cominciò bene, il Napoli perse a Verona. Uno strano segno del destino, perchè quel Verona, proprio in quel campionato, avrebbe vinto il primo scudetto della sua storia e forse, chissà, fu proprio l’impronta del Campione nel suo primo campo calcato in campionato a marcare questa bizzarra controversa paradossale magia.

Una settimana dopo Maradona segnò il primo gol al San Paolo, su rigore, pareggiando contro la Sampdoria: quel ragazzino, con la radietta nella sua stanzetta, avrebbe sperato di vincere, ma all’inizio le cose non andarono per il verso giusto, e quando venne natale la sua squadra del cuore era messa davvero male.

Ma questo non intaccava l’entusiasmo di quel ragazzino. In casa c’erano altri tre figli. C’era una sorella maggiore che avrebbe giocato un ruolo decisivo nell’amore tra quel ragazzo ed il suo Campione, ed altri due maschietti, il più grande era certo il più intelligente e cristallino, ed aveva vissuto dai racconti di un suo amico l’epopea del grande Torino, e del Torino del ‘76 che rivinse uno scudetto dopo la tragedia di Superga, e che per questo aveva il cuore granata. Poi c’era il ragazzino protagonista di questa storia, il più furbetto e coccolato dei figli; e c’era l’ultimo bambino, il più piccolino, talmente estroso ed inclassificabile da poterlo definire fuoriclasse, a modo suo. I due maschietti più grandi si sfidavano a colpi di poster sui muri della loro stanza: per un ritratto di Diego, una gigantografia di Junior, per la squdra azzurra al completo immortalata sulla parete di un letto, la risposta granata sulla parete opposta. E molto spesso, i due fratelli coinvolgevano il più piccolo, l’inclassificabile fuoriclasse biondo, nelle loro rivalità, magari aizzandolo a strappare un poster per fare dispetto all’altro. Giocavano però anche tra di loro, in modo affettuoso, fantasioso, meraviglioso: il più grande tirava le punizioni alla Junior o alla Maradona, il più piccolo sul letto si posizionava in barriera, e l’altro – sul suo letto eretto a porta – provava a parare: era un tridente di giochi davvero impareggiabile.

Così, quando venne il natale dell’84 ed il più grande dei tre fratelli maschi ebbe in dono una kodak, fu proprio con quella kodak che scattò le foto a Maradona, ed al suo fratellino dentro il campo di allenamento a Soccavo Paradiso, dove il papà li aveva condotti, grazie all’amicizia con il preparatore atletico del Napoli che insegnava nella sua stessa scuola. Fu il giorno in cui il nostro ragazzino restò paralizzato, con l’agenda degli autografi tra le mani tremanti, davanti al suo idolo che usciva dal campo di allenamento, che gli passò accanto agitando la sua folta chioma riccia e che, rallentando e sorridendo, gli carezzò la testa. Quell’autografo, in quella agenda, su quel soppalco: ancora oggi, là. Insieme al ricordo di quella carezza.

Così, cominciò il 1985 ed il Napoli siglò il famoso patto di Vietri: la squadra andò in ritiro e dopo un discorso di Bruscolotti e di Maradona, a cui il primo cedette la fascia di capitano, prese a vincere. Vinse 4-3 con l’Udinese sotto una pioggia infinita, e Maradona segnò due rigori. Sempre Maradona stoppò ed incrociò a volo e il Napoli vinse a Firenze. E poi, a febbraio contro la Lazio, in un giorno triste per la morte del nonno di un amichetto di quel ragazzetto, Maradona fece tre gol, uno cadendo all’indietro spalle alla porta semplicemente immaginando nella sua iperbolica fantasia il posizionamento di avversario, portiere e porta; ed un altro direttamente dalla bandierina del calcio d’angolo. Ed a Napoli esplose la gioia. Ma niente, niente fu paragonabile, in quell’anno, a ciò che accadde il 3 novembre (proprio un 3 di novembre: un giorno in cui – 13 anni dopo – la sorella del nostro protagonista sarebbe diventata mamma), quando la juve di trapattoni che aveva vinto di fila le prime 8 di campionato scese al san Paolo in un giorno di diluvio epocale. Perché al minuto 27 della ripresa, quel ragazzino che ascoltava per radio in cucina “Tutto il calcio minuto per minuto” sentì Enrico Ameri urlare impazzito per una cosa fenomenale, una cosa che non si era mai vista, mentre la pioggia sembrava non finire più, come l’abbraccio tra il ragazzino e sua madre dopo quella punizione impossibile. “Maradoro” –  titolo il Mattino il giorno dopo, e lui ritagliò quella immagine nella sua memoria azzurra.

Quel Natale del 1985 i fratelli ebbero in dono il commodore, dopo una fantastica caccia al tesoro organizzata dai genitori, che culminò in un indizio surreale: di cercare dietro il “Marchesì” – con l’accento sulla ì. Marchesi – senza accento – era stato proprio l’allenatore del Napoli l’anno prima, il primo anno di Maradona. Sostituito da Ottavio Bianchi, si era trasferito al Como. Quindi marchesì – con l’accento sulla ì, equivaleva a comò – con l’accento sulla ò: il pacco contenente il computer, era nascosto dietro il comò della camera da letto: ora su quel comò ci sono due foto ed un’urna cineraria.

Ma quel regalo indescrivibile, quel commodore 64 del natale del 1985, amplificò il legame dei due fratelli attraverso la loro rivalità: tra cucina e stanzetta, tra radio e poster, tra giochi e sfide a Manic e Pipeline. Mentre il più piccolo, il lunare estroso bimbo biondo, si accingeva a partire per la toscana. E fu proprio in occasione della sua cresima, lui già di stanza a Livorno, che tutta la famiglia intraprese quel meraviglioso viaggio di fine maggio, tra macchina e treno. E nel ricordo del ragazzetto, quel viaggio di ritorno verso casa rappresenta uno dei momenti più intensi della sua adolescenza, perché oltre alle gioie che aveva vissuto in quel giorno, se ne aprivano altre: quel sabato di fine maggio del 1986, infatti, l’Italia da Campione del mondo inaugurava il mondiale di Messico ’86.

E furono quei mondiali a sancire il definitivo patto d’amore tra quel ragazzino ed il suo Campione. Perché quando l’Italia fu eliminata, e quando l’Argentina avanzò agli ottavi, il nostro protagonista si trovò con suo padre, la sera del 22 giugno, in quella stessa cucina e con quella stessa televisione della notte di due anni prima, del 30 giugno delle scritte in sovraimpressione, ad assistere alla più grande esibizione che si sia mai vista su un campo di calcio. Tanto che quando Maradona, in 10 secondi, partendo da centrocampo, e scartando tutta la nazionale e la nazione britannica, segnò il gol del secolo – non di quel secolo, ma di qualunque secolo – quel ragazzino si lancio a terra stralunato di meraviglia con una tale incosciente spregiudicatezza e contentezza da travolgere e far cadere sul pavimento tutti gli attrezzi del camino, che rotolando si produssero in un suono infernale e festoso che ancora oggi riecheggia in quella stanza, oggi che il camino è spento da decenni e che quegli strumenti non lavorano più, immobili nel tempo e rimasti però a scolpire quel fotogramma della memoria.

Quel ragazzino vide vincere il mondiale al suo campione, il 29 giugno a Siracusa, con suo cugino che tifava per i tedeschi, dopo un viaggio bellissimo in treno da Napoli alla Sicilia fatto con la nonna. Quella nonna che fu la prima a prenderlo per mano e portarlo in quel formicaio del mercatino di Poggioreale a comprare la maglia con l’immagine di Maradona; ed a cui quel furbetto chiedeva di comprare l’olio sponsorizzato dal suo idolo, la prima pubblicità fatta in Italia di cui non si trova più traccia. Quella nonna che durante quel viaggio gli parlava appunto dei santi, e lui che le parlava appunto di Maradona: per molti versi, dicevano le stesse cose.

L’estate del 1986 si allungò da Siracusa a Vico Equense con tutta la famiglia: un periodo meraviglioso per quel ragazzino che stava crescendo, e che a settembre sarebbe andato al Liceo.  Ma quel settembre non cominciò bene perché il suo campione venne trascinato in una triste storia di paternità rivendicata, ed il ragazzo cominciò a temere che questo avrebbe compromesso la bravura del suo idolo, distratto e distrutto da tante polemiche. E infatti, nella notte dei rigori di Tolosa, al primo turno di Coppa uefa, quando Maradona si presentò sul dischetto per l’atto decisivo, il ragazzo ebbe paura, ed allora uscì fuori dalla cucina per non guardare in televisione il tiro dagli unici metri, per la prima volta nella sua vita (la seconda sarebbe successa allo stadio, il 3 maggio del 1989). E infatti quel tiro finì sul palo. Ed il Napoli fu eliminato.

Ma da quì, da lì, da quella notte, cominciò un’altra storia. Una storia che sarebbe culminata in un 10, come il numero di maglia del Fuoriclasse. Il 10 di maggio del 1987. Talmente tutto intenso, ed immenso, ed indimenticabile, per un ragazzo di 14 anni, che quel ragazzo vi scrisse un racconto, il racconto più bello che sia stato mai scritto su quella cavalcata trionfale del Napoli dell’87. Perché scritto dal cuore di un fanciullo di 15 anni, quindi al culmine della più grande delle felicità che si possa immaginare.

1987: fu l’anno del suo primo bacio, un giorno prima della doppietta di Maradona ad Udine.

1987: la prima volta che lo vide allo stadio, con lo zio ed il cugino, a marzo contro la Juve – quando la Roma perse ad Udine, il Napoli andò in fuga, lo stadio tremò di passione e lui pensò che ci fosse il terremoto.

1987: la prima volta che vide Maradona segnare allo stadio, il 26 aprile contro il Milan, nel giorno che sua sorella decise che da quel momento lui sarebbe stato con lei sui gradoni, che doveva esserci, che doveva viverlo. Ed anche se quel giorno Maradona nascose a mezzo stadio ed a tutti i distinti – dove fratellino e sorella si trovavano – il palleggio con cui schiantò il Milan, perché troppo veloce, troppo abile, troppa magìa in quel gesto, due settimane dopo, come detto 10 maggio, loro due, fratellino e sorellona, erano ancora insieme mentre il Napoli si laureava per la prima volta campione d’Italia, e questa volta si vedeva bene, come si vedeva bene Maradona – fuoriclasse assoluto – saltellare per il campo da Capitano Campione d’ Italia.

Ed un mese dopo, Maradona capitano alzò la coppa italia mentre quel ragazzo era a Baia, perché quegli zii e quei cugini della prima volta allo stadio vi si erano trasferiti. Una coppa italia entrata nella storia, perché culmine di un percorso costellato di sole vittorie, tutte vittorie: un record che per definizione non potrà mai essere battuto.

Poi, tutto tracimò e tutto corse veloce e tutto si impresse in modo incancellabile in 3 giorni (dal 28 al 30 settembre) che cambiarono per sempre l’immaginario di quel ragazzino. Lui, che con i suoi fratelli maggiori durante la favolosa estate a Vico Equense (sarebbe stata l’ultima passata insieme da quella famiglia ma nessuno poteva immaginarlo) era stato al suo primo concerto, il 19 agosto a Cava De’ Tirreni, per vedere Vasco Rossi, il 28 settembre a Napoli, stadio collana, avrebbe riassistito a quel concerto, e Vasco Rossi quella sera avrebbe cantato una canzone intitolata: “15 anni fa”. Quella sera, incredibile: proprio la notte in cui quel ragazzo avrebbe compiuto 15 anni. E per i quali avrebbe ricevuto dalla sorella un regalo inestimabile: il biglietto da 120.000 lire per i distinti, 30 settembre mercoledì, in occasione della prima partita della storia giocata dal Napoli al san paolo in coppa dei campioni. La partita (il più bel primo tempo di calcio mai visto) di quando quella sorella dovette placare a schiaffi le urla isteriche del suo fratello minore.

Ma il Napoli da quella coppa, dopo quel pareggio, venne eliminato. Eppure, stravinceva in campionato. Domeniche autunnali ed invernali di vittorie e di pioggia, in cui le uniche preoccupazioni di quel ragazzo erano legate ai viaggi che i suoi genitori, ogni 15 giorni, facevano in macchina per andare a trovare a Livorno quel biondo, lunare, inarrivabile fratellino minore.

Intanto Maradona fu ancora campione d’inverno, nel gennaio del 1988, quando espugnò Marassi con un tuffo nel fango che quel ragazzo replicò nella stanzetta, sbucciandosi le ginocchia col suo incosciente entusiasmo.

E poi tutto cambiò: la storia di questa famiglia, di quel ragazzo, e di quella squadra e di quel Fuoriclasse si ficcò in un incrocio di sconfitte e di dolore irreparabile. Anche qui altri tre giorni indelebili, tra la fine di aprile e l’inizio di quel maggio del 1988: le dichiarazioni del suo idolo lette sul giornale andando a scuola con la metropolitana: di non voler vedere nessuna bandiera rossonera allo stadio; ed il ritorno da scuola nel giorno in cui la mamma fu dimessa dall’ospedale. Sembrava un lieto fine, e invece: quello stadio finì per applaudire i rossoneri, in quel primo indelebile giorno di maggio dell’88, esattamente alla stessa ora – due giorni dopo – in cui quel ragazzo, rientrando dalla scuola alle 17.45 del 29 aprile, aveva appreso dalla bocca e dalle lacrime di sua madre ch’ella aveva un cancro. E quando la punizione irreale di Maradona allo scadere del primo tempo pareggiò illusoriamente il risultato, quello fu l’unico momento di felicità sospesa – per un attimo durato eternamente – da quei 4 mesi in poi, fin che gliela portarono via – la mamma, e l’adolescenza, nell’agosto che venne.

Ma quando finì quell’estate tragica, e ricominciò una nuova stagione, fu proprio contro il Milan, nella rivincita del 27 novembre, che Maradona andò ancora una volta oltre ogni logica, e segnò una rete che trattenne il respiro di un intero popolo per secondi durati minuti durante i quali la palla sembrava tentennare di fronte alla rete ed a tanta grandezza, man mano che vi si avvicinava: fu un pallonetto/di testa/da fuori area/in controtempo. Questa formula, quel ragazzo se l’è ripetuta per anni così: a pallonetto – pausa (senso della giocata straordinaria); di testa – pausa di stupore (lui, alto 1.68); da fuori area – pausa (senso della distanza dalla porta); in controtempo (col pallone che quasi tornava dietro, e quasi fisicamente impossibile da imprimergli forza) – pausa (di sconcerto stupore incanto assoluto).

In quell’autunno triste, in quell’inverno spoglio del 1988, c’era il campionato di qua. E la coppa uefa di là. Ci fu la settimana appunto perfetta: 20 novembre 5 gol alla juve a Torino, 23 novembre vittoria a Bordeaux, e 27 novembre – come detto: il pallonetto/di testa/da fuori area/in controtempo.

E c’era sempre la sorella che gli comprava i biglietti per quelle sfide europee in  notturna, con cui andava insieme a fuorigrotta salvo separarsi, fisicamente, fuori lo stadio: lei in curva, lui nei distinti. Fu grazie a lei che da quei distinti, la sera del 15 marzo, quel ragazzo vide Maradona cominciare con un rigore impeccabile la storica rimonta contro la juve, completata da Renica al 120° minuto, con un’esultanza letteralmente rotolata tra gradoni ghiacciati di cemento, circondato da tifosi venuti da torino – juventini – che lo aiutarono a rialzarsi, con lui che capriolava di pazzìa e che ebbe rispetto, si fece aiutare a sollevarsi, si prese i complimenti dei tifosi avversari ed ebbe la sua prima lezione di sportività da stadio, data e ricevuta. Ed era sempre lì, sui distinti, il 5 aprile della semifinale col bayer, quando il suo idolo lanciò Careca in porta al 40° del primo tempo, sotto una pioggia incalzante, e qualcuno – un pazzo, un genio – esultò urlando che “era uscito il sole”. Ed era lì, nei distinti, il 3 maggio del 1989. Poche ore prima, a casa, mise la sveglia sul casio alle 16.30 del pomeriggio, che la sorella sarebbe passata da lavoro a prenderlo, per andare allo stadio insieme. E quella sveglia, quel ragazzo poi adulto, la lasciò a perenne memoria (finché il casio si spense nel 2011) per tutti i successivi 3 maggio che vennero. Quel 3 maggio in finale, quando per la sola volta nella sua vita da stadio (e seconda in assoluta, dopo il settembre del 1986 in tv col Tolosa) voltò le spalle al campo mentre Maradona batteva il rigore che avrebbe pareggiato il vantaggio dello stoccarda, troppo emozionato per poter reggere lo sguardo su quegli 11 metri tra sé e la speranza, e quasi sull’orlo dello svenimento. Quel 3 maggio che di ritorno dallo stadio comperò la sua prima sciarpa, quella stessa sciarpa che, a distanza di 18 anni, avrebbe legato – perennemente ed a tutt’oggi – alla ringhiera del balcone di quella stanzetta di quei tre fratelli, quando il 10 giugno del 2007 (ma questa è un’altra storia)  il Napoli ritornò in Serie A, e proprio nello stesso giorno in cui il suo fratello biondo, lunare, inclassificabile fuoriclasse sarebbe tornato a vivere vicino a loro, e che lui – quell’adolescente del 1989 ora adulto del 2007 – era andato a prendere, il giorno prima, insieme al padre con la macchina, il padre delle partite in cucina, nell’ultimo viaggio insieme delle loro vite, andata e ritorno da Napoli a Collesalvetti in un solo giorno, sabato 09 giugno 2007. Ma il primo, il primo di questi viaggi, ci riporta a maggio, per tornare al nostro racconto, ed esattamente due settimane dopo quel 3 di maggio, il 17: quando con due assist (uno di testa, a pallonetto, da fuori area, a volo: ricorda qualcosa?) Maradona consentì al Napoli di alzare la coppa. E appunto lì, suo padre a sorpresa, in modo inatteso, imprevedibile, quasi come una finta del suo idolo, al termine della visione della partita (sempre insieme, sempre in quella stessa cucina), lo prese con sé e lo portò per le stade di Napoli a festeggiare. Fu il primo momento in cui si ritrovarono insieme, da soli (pur travolti dall’esplosione di gioia collettiva delle strade), felici, ad abbracciarsi dopo la perdita di una madre e di una moglie. E questo fu il 17 maggio del 1989, ed il loro lungo viaggio insieme nella lunga notte di una città impazzita sul tetto d’europa.

Venne l’estate, l’estate dei dorados, e di Maradona che voleva andare via. Ma così non fu. Ed anzi, quando a settembre si riaffacciò al San Paolo, entrando in campo nel secondo tempo di Napoli Fiorentina, pur sbagliando un rigore a pochi minuti dall’inizio della ripresa, trascinò con la sua sola presenza gli azzurri ad una rimonta strepitosa, ribaltando lo 0-2 in 3-2. E marchiando a fuoco il senso di quel campionato, che sarebbe stato proprio il torneo delle rimonte impossibili, spesso negli ultimi minuti. Eppure, in Coppa uefa, da detentori del titolo, gli azzurri stentarono: passarono il primo turno con lo Sporting Lisbona solamente ai rigori, nel mercoledì che precedette il 17° compleanno del nostro ragazzino oramai quasi adulto, il 27 settembre, proprio il giorno in cui il padre gli regalò il primo motorino. Ed era sul motorino che si trovava due mesi dopo, insieme ad un compagno juventino che ritroveremo nel corso di questo racconto, scappando da Napoli Werder Brema nella disfatta del 22 novembre, anticipo di quella che sarebbe stata una delle più grandi caporetto sportive del Napoli del suo idolo, il ritorno in terra tedesca funestato da 5 marcature avverse, nel giorno dell’onomastico di suo padre, il 6 dicembre del 1989, mentre suo fratello maggiore si prendeva una rivincita sportiva esultando di nascosto ad ogni rete nemica, spalleggiato dal suddetto compagno di tifo contro.

Sì: perché la maggiore età del suo fratello dal cuore granata, e la conseguente patente, e la macchina, aveva accorciato le distanze tra loro ed un gruppo di amici con cui ci si vedeva spesso, e sempre in quella casa: il loro storico fratello giallorosso, nato per errore in un’altra famiglia (ma nella famiglia più giusta in cui nascere), e l’amico di liceo del nostro protagonista, juventino d’elezione, che per questi stessi intrecci della vita qui esplorati sarebbe poi diventato cognato di quello stesso fratello maggiore. Una combriccola sconclusionata e confusionaria di adolescenti che lì, in quei tempi, in quella casa, in quella città, attraverso quelle rivalità, le mille sfide, le mille storie, i loro intercambiabili ed occasionali altri compagni d’avventure, hanno edificato separatamente ed unitamente le leggende indimenticabili dei loro ricordi di gioventù, reali od immaginari che siano: perché è così che si passa da essere adolescenti ad essere uomini. Anche così. Soprattutto così.

Eppure, fu proprio, sempre ed ancora suo fratello maggiore che gli diede la notizia della doppietta di Maradona, nell’unica domenica in cui il nostro protagonista era tagliato fuori dal mondo del campionato: il 25 marzo del 1990, durante la gita in Olanda con la scuola. E dolcissimo, onesto, fu quel “purtroppo” con cui suo fratello (a cui il nostro protagonista, durante quella stessa gita, rivolse forse il suo pensiero d’amore più acuto, mai detto e ed immalinconito di tutte le loro esistenze, telefonando a casa, in un pomeriggio a caso di quell’esperienza olandese, per sapere come stavano lui ed il padre) aggiunse che anche il Milan aveva vinto, a Lecce. E che i giochi per quella volata pazzesca di un campionato dominato nel girone d’andata, e perduto prima, quasi ripreso poi, erano rimandati alle ultime successive 4 sfide.

Ma ne bastò una di domenica, il 22 aprile – dopo due turni interlocutori – per sigillare il secondo scudetto. L’impresa di Bologna e la fatal Verona rossonera, in un esatto ribaltamento di ciò che era avvenuto due anni prima. Con un prosieguo post-partita indelebile, il nostro protagonista sul suo letto a ridere isterico di gioia, e suo padre con la radio a tenergli compagnia. Il tutto nel giorno del compleanno di un altro padre, quello del suo compagno juventino, tifosissimo degli azzurri, ed a cui il nostro protagonista regalò, 7 giorni dopo, il biglietto per lo stadio del secondo tricolore. Perché sì, questo intreccio di storie, di date, di gioie e dolori, ha un risvolto combinatorio davvero impressionante. Maradona capitano tornò Campione d’Italia il 29 aprile del 1990, alle ore 17.45: esattamente due anni prima, stessa ora, stesso giorno – 29 aprile 1988, ore 17.45 – quel ragazzo liceale, l’ho già scritto e lo ripeto, stava apprendendo dalle parole della madre quella amara, funesta, irreversibile verità raccontata sopra. Ed una stessa combinazione assurda di date si avrà qualche mese più tardi, quando Maradona ed il Napoli tornarono in Coppa dei Campioni e presero parte per l’ultima volta a quel torneo, che negli anni avrebbe cambiato prima formula e poi nome. Perchè dopo aver superato il primo turno, il Napoli giocò quella che sarebbe stata la sua ultima partita in Coppa campioni al San Paolo il mercoledì 24 ottobre. La sera stessa in cui il nonno del nostro protagonista, il papà di sua mamma, se ne andò.

Del resto, i figli di questa famiglia, hanno conosciuto la loro età maggiore esattamente: la sorella, nel 1984 – anno di arrivo di Maradona al Napoli; il fratello maggiore, nel 1987 – anno del primo scudetto (che può suonare come un regalo beffardo da parte del Fuoriclasse argentino, per lui cuore granata); il nostro, nel 1990 – anno del secondo scudetto azzurro; e l’ultimo, pur nella sua incosapevolezza, nel 1994, nel luglio del 1994, nel luglio dei Mondiali del 1994 – gli ultimi mondiali giocati da Maradona, con lo storico gol alla Grecia (4 presenze consecutive in 4 mondiali con almeno un gol), l’urlo di tigre nella telecamera, e poi la cacciata indegna di potentati indegni.

Ma quel 1990, dopo il secondo scudetto, ed una seconda travolgente ondata di festeggiamenti in città, fu appunto anno di Mondiali, di Mondiali in Italia e di uno snodo incredibile da immaginare, e che pure andava immaginato, ed in qualche modo calcolato e quindi evitato: la semifinale tra l’Argentina di Maradona e l’Italia. A Napoli.

Di qui, come tutti sanno, la storia tra il paese italico e Maradona lasciò spazio a vendette e veleni: venne un campionato azzurro mediocre (in cui il Napoli, altra circostanza incredibile, vinse la sua prima partita nel primo giorno in cui il nostro protagonista diventò maggiorenne) venne una coppa dei campioni persa ai rigori a Mosca, dopo il doppio 0-0 del 24 ottobre detto sopra, ed il ritorno del 7 novembre, e nel 1991 si giunse alla fine della storia, ai titoli di coda, nel modo più annunciato, complottardo ed umiliante: la provetta di urine, l’antidoping, ed una fuga notturna in solitudine. Ma anche qui, non mancò una strana magia, un simbolismo assurdo, una chiusura del cerchio da brividi: 24 marzo, ultimo gol di Maradona in campionato, contro la Sampdoria su calcio di rigore, esattamente come era cominciato tutto, in quel settembre del 1984. Ed ancora e sempre contro la Sampdoria, sempre in quel marzo del 1991, l’ultimo gol di Maradona al san paolo, in coppa italia, di testa, in uno scialbo mercoledì di una fredda serata, dove quel ragazzo, sempre dai distinti, prese congedo dal suo Campione per sempre, in viva visione.

In quell’aprile del 1991, da quell’aprile, il ragazzino di dodici anni che era cresciuto tra vicende di famiglia, di amici, di scuola e di calcio intrecciate inestricabilmente, lasciò spazio definitivamente al ragazzo adulto, il ragazzo oramai diciottenne, il ragazzo della maturità liceale, e degli anni che sarebbero venuti: l’università, il lavoro, i lutti. Ma spesso, legati indissolubilmente dall’amore ed all’amore per il loro idolo inarrivabile, quell’adulto e quel fanciullo che fu si ritrovarono insieme a godere delle gioie che Maradona continuava a spargere nella storia del mondo. Le apparizioni televisive. L’addio al calcio registrato su una vecchia VHS collegata a quel vecchio televisore di quella cucina sempre meno affollata. Gli abbracci ricevuti a Praga dal nostro protagonista, nel 1997, in compagnia del suo amico giallorosso, quando in un pub della città alcuni ragazzi di bergamo (di bergamo!) gli chiesero di raccontare Maradona, loro di Napoli, loro che lo avevano visto, avevano assistito all’Oro di Napoli! E sempre un addio al calcio giocato, quello di Ferrara nel 2005, sancì per un giorno il ritorno del Re nella sua amata Napoli, una città paralizzata ed una riconciliazione universale tra l’idolo ed ogni singolo cittadino di questo paese, che giunse a livelli inesplorati e parossistici, come testimonia una mail che quell’amico juventino mandò al nostro protagonista, una mail che lui ancora conserva, dopo 15 anni. E poi ancora: la maglietta definitiva acquistata al museo Maradona, con cui presenziò al matrimonio di un altro fratello di vita, nel luglio del 2012. E due anni prima, il tifo incondizionato per il suo idolo allenatore dell’Argentina mondiale

Intanto, la sorella maggiore aveva avuto due figlie; e così il fratello maggiore. Il padre, come detto, fu protagonista di un ultimo viaggio insieme, il 9 giugno del 2007, quando il fratello più piccolo, anch’egli oramai adulto, ma sempre metafisico ed inarrivabile, venne portato da Collesalvetti a Napoli, dormì in quella casa un po’ meno vuota, assistette al ritorno del Napoli in serie A il 10 giugno del 2007, e dai suoi occhi celesti – come il cielo di quel pomeriggio – osservò suo fratello, il protagonista di questo racconto, recuperare una vecchia sciarpa da un cassetto, la sciarpa del 3 maggio di 18 anni prima, e gli vide fare un nodo alla ringhiera del balcone di quella che venti anni prima, e prima ancora, era stata la stanzetta dei giochi di 3 fratelli.

E poi, il giorno dopo, tutti quanti, padre e fratelli e sorella, accompagnarono il ragazzo più piccolo nella sua nuova casa, a CastelCampagnano. ma anche questa è un’altra storia. In apparenza.

Perché, rimasto solo in quella casa, testimone delle sue memorie, le più belle e le più brutte, il nostro protagonista, oramai uomo adulto, giunto nel mezzo del cammin della sua vita, ed avanzato anche oltre, non si faceva mancare occasione per chiamare accanto a sé, dal dentro di sé, quell’adolescente di 12 anni con cui, e grazie a cui, era cresciuto. Ogni pretesto era buono: una foto, una canzone, un ricordo, un film. E il loro tramite, il pretesto, la scusa più bella, era il più delle volte legata al loro idolo comune, Maradona.

Così, una sera del novembre del 2019, il giorno 25, alle ore 17, l’adulto – amante del cinema – chiamò al suo fianco quel fanciullo, per vedere insieme il film che tempo prima fu proiettato al Festival di Cannes, film su Maradona, con filmati inediti di Maradona, e filmati forniti proprio da Maradona: un docu-film incentrato esclusivamente su quei 7 anni napoletani del Fuoriclasse assoluto. Logico, emotivamente e razionalmente logico che quel film lo vedessero insieme, quell’adulto e quel fanciullo: riguardava la loro vita allo stesso modo, nella stessa misura e con la stessa intensità. Così, due ore dopo, si commossero e piansero insieme: era stata una bellissima visione, ed un bellissimo pomeriggio, quel pomeriggio del 25 novembre del 2019 cominciato alle ore 17.

Poi (ed in questo poi c’è tutto l’orrore che si possa concepire, tra cui il più straziante dei lutti) si giunge all’anno dopo.

Non “un anno dopo”: un anno preciso, secco, calcolato al millimetro. 25 novembre 2020 – ore 17. Quel ragazzo, oramai adulto, oramai stanco, sfiduciato e disilluso da tanto dolore, eppure ancora vivo, ancora vigile, ancora in controllo, è seduto alla sua postazione di lavoro, in una sala deserta di un centro diagnostico. Distrattamente alza la testa ed indirizza lo sguardo verso il televisore dell’accoglienza. E sul canale delle notizie, c’è una scritta in sovraimpressione. Perchè questa storia cominciò con una scritta in sovraimpressione, e sempre per questa assurda, circolare ed incontrollabile fatalità del caso, con una scritta in sovraimpressione doveva finire, irreversibilmente.

Come un anno prima: lacrime. Di genere esattamente opposto. Due ore di lacrime, due ore di lacrime rumorose, inconsolabili, che lo accompagnano dalla sua postazione di lavoro alla macchina, e dalla macchina alle strade del ritorno, e di qui alle scale, alla casa, all’accensione della televisione di quella cucina. E’ stato lì, in quel momento, in quella cucina, che il ragazzino e l’adulto si sono dati un ultimo appuntamento, perché in tutte le cose della vita c’è un inizio, e purtroppo una fine. Eppure in quel loro ultimo appuntamento, il loro ultimo incontro, l’ultimo abbraccio, non erano soli e non erano stati lasciati soli dal loro idolo tanto amato. Quella sera del 25 novembre, proprio come un anno esatto prima, Maradona era lì con loro, attraverso tutti i ricordi e le storie ed i racconti di questo racconto, le storie di 7 anni, di una vita, e di una famiglia, di nonni, di genitori, di fratelli, sorelle, amici, e partite, stadi, esultanze, disperazioni, risate, urla, e film, ed emozioni, emozioni incredibili, uniche ed irripetibili. Tuttte le storie con cui Maradona li aveva accomunati e legati per sempre. E, come per quell’adulto, in quella casa, in quella stanza della cucina, così in altri milioni di appartamenti, di case, di strade, di tutto il mondo. Maradona è arrivato, ha preso per mano quel fanciullo, con la sua famosa mano, la mano de Dios, e l’ha portato via, via da quell’adulto, lo ha portato con sé, perché un Fuoriclasse non è fatto per gli adulti, gli adulti sono adulterati, hanno perso il sogno, la magia, la speranza, l’illusione. Ed il più grande di tutti, il più grande artista di sempre, per continuare a recitare, a regalare gioia e magia, anche dopo la sua morte, deve poterlo fare per un pubblico speciale in un luogo speciale, e allora chi, meglio di un fanciullo, merita di assistere ad uno spettacolo puro che non morirà mai?

Così, proprio così è finita questa storia: in quella stessa cucina. Senza più quel padre, perso nella dimenticanza di una malattia irrecuperabile. E senza più quel lunare, magnifico, stordente di innocenza e di purezza fratellino minore, che lasciò questa sferica terra all’inizio dell’anno, di quest’anno peggiore di sempre. E che giace, spoglie mortali, in un’urna posizionata su quel comò. Il famoso comò di Marchesì, della fantasia di due genitori e del regalo più bello che accomunò gli altri due fratelli.

Ad un tratto, come repentina geniale invenzione calcistica, una giocata ad effetto: Maradona ha dribblato quell’adulto, ha preso per mano quel fanciullo, ed è andato in rete nell’empireo universale, negli abissi astratti dell’infinito che a noi non è dato vedere, mai più. Si è portato via il fanciullo, e per la prima volta nella sua vita, e da quel momento, quel ragazzo oramai adulto è rimasto da solo, come mai era stato.

Quindi, ogni volta che tu mi chiederai di parlare di Maradona, io probabilmente resterò muto, e se avrai occhi e sentimento per capire quel silenzio, comprenderai che tutto è scritto qui, in questa storia di una famiglia, e del bambino più coccolato di quella famiglia, e del racconto di come quel bambino, divenuto adulto, perse la sua ultima partita congedandosi per sempre dal fanciullo che fu, la sera in cui Maradona morendo rese la terra meno sferica.

Perché quell’adulto sono stato io.

 

 

 

vorrei poter dire (scrivere sì, lo sto facendo, per fortuna è ripreso tutto) che le ferite umane inferte a me da questo anno indescrivibile non verranno rimarginate dal tempo, mai, ed eppure sarebbe una cosa detta con così tanta incisiva essenzialità quanto con così poca – anzi nulla – enfasi, da assurgere a dimensione di dato di fatto universale incontrovertibile. Voglio dire: senza accuse per alcuno, senza sentimenti di delusione, di ripicca, di acidi riproponimenti di futuri sguardi e gesti negati, no no: nulla di ciò. Dovrei enumerare cosa? oggetti, muri, persone, stanze, voci – tutte cose fallaci. Perché qui chi scrive sono io: io che dal non aspettarsi nulla dagli altri posso farci con delicata poesia Leopardiana il modo più bonario e gentile con cui lo si potrebbe evidenziare nel suo significato più profondo, essendo ciò la norma di natura, che funziona così, quindi a suo modo (od a sua moda, una sfumatura di eleganza sopraffina) splendida, gelida, regale, pura e vera. Quindi qui insomma ferito perpetuo e non deluso, un applauso silenziato da me: che mi sollevo dall’incarico di recitare l’appercezione trascendentale che si trasale in questo anno raccapricciante, potendo avanzare con un sorriso tremendamente inguardabile (sto scrivendo, come lo vedo?): che ho così tanta musica nella testa che questo sì che lo riesco a scrivere, a dirlo ed anche – danzettando, tipo esempio ieri sera mezzo ubriaco con mezzo boccone, molto a modo mio – anche a cantarla, senza obbligo o necessità (nel momento in cui ho scritto “appercezione trascendentale” mi sono posto ad un livello di poco superiore al mio, una circolarità così sferica da mettere a referto il pianeta numero 11 nel sistema solare) senza obbligo o necessità di voltarmi per guardare con rabbia.
Quale onore tale Libertà.

AS-SOLO

Mai stato tanto solo come in questo periodo. ma non ho detto che mi sento solo. è come quando sei in una stanza con altre tre persone, ed ad un certo momento va via uno, poi un altro, poi l’ultimo. e tu resti solo nella stanza: è un fatto oggettivo, non è detto che TI SENTI SOLO, non ho scritto che mi sento solo. Solo, che sono solo. Solamente se penso ai motivi, miei e degli altri, ragioni assurde impensabili surreali indipendenti dalle nostre volontà, solo se penso a queste ragioni irragionevoli di tanta oggettiva solitudine, allora mi sento solo. In verità, la cosa che mi fa sentire solo, è l’impossibilità quasi strenua di non scrivere più come prima. Questa circostanza mi comprime e mi confonde tra essere solo e sentirsi tale. Per questo mi sono fatto prendere dalla foga del momento, senza chiedermi se ero io o quell’altra parte dentro di me.

devo fare pace con la polvere

devo smetterla di andare a caccia di piccole sbavature, macchie sul pavimento, da me prodotte o no, impronte sui mobili, sulle maniglie del frigo, sui pomelli delle credenze, croste di cibo sul piano cottura, ombreggiature sul ripiano, chiazze di schiuma sul lavandino, piccoli cerchi raggrumati sullo specchio, pezzi di bitter cristallizzati ovunque, ammassi di pelle che dal letto si sfarinano per terra, devo smetterla, devo fare la pace con l’entropia del mondo casalingo, di cui sono solo una componente, non un comandante.

devo smettere questa incapacità di vivere il presente (sebbene sia consapevole che è impossibile vivere l’attimo, a dispetto di quanto sollecita Schopenhauer con argomentazioni che ho ampiamente confutato): dato che i conti col passato li ho già tutti risolti con una risoluzione che stabilisce che non c’è modo di risolverli, e dato che con il futuro non mi ci metto proprio in gioco, piazzato in una bolla di aspettative ridotte a zero, e che pure non accadranno mai, per la fortuna di chi intende ancora illudersi, come le polveri bagnate dentro il centro di comando del cervello.

devo smetterla di ricordarmi che Vivaldi va suonato più allegro, e semplicemente limitarmi a farlo, le citazioni e le eccitazioni del momento sono un godimento che va dimenticato per essere riproposto sempre nuovo e divertente.

dovrei smettere di guardare l’ora, di parlare incarcinandomi (inventato adesso) da solo senza bisogno dello specchio, ed assillarmi di precipitarmi a farmi da bere e da mangiare con sistematica abitudine, come fosse un obbligo e non un piacere, almeno da qualche parte devo averlo letto, o sognato a letto.

La cosa più importante che dovrei smettere è continuare a considerarmi un ragazzo e continuare a fare proponimenti, anzi a scriverli inutilmente, come se ad essere arrivato qui al mezzo secolo lo avesse fatto un altro al posto mio.

Come quando mi chiedo con nettezza da dove devo cominciare e come o quando devo terminare, ma l’assurdità di questo proponimento è pari a quello di fare pace con la polvere, perché una volta che ho impresso la parola come l’impronta, niente e nessuno potrà cancellarla, e tutto succede nell’attimo seguendo me che seguo lui, che è come chiedere al mondo di aiutarmi a fare pace con me stesso, ma io non mi sono mai dichiarato guerra, io la sola cosa che ho dichiarato è questa.

In sostanza quella stessa di cui è fatta la sostanza di tutte le cose circo-sostanziate in cui faccio spazio alla polvere.

nella mia indubbia solitarietà, in parte scelta, in parte obbligata ed in partenopea (come da citazione sensata), ed in cui la percentuale di articolazione tra le 3 parti varia decisamente in funzione dei giorni, delle epoche ed anche delle singole ore, ci sono tratti buoni e tratti no. Ma questo vale per chiunque nelle proprie soggettive circostanziate, ed in effetti volevo introdurre il mio ragionamento con un’affermazione di lodevole banalità per rimarcarne la totale differenza rispetto alla mia esperienza. Tanto più che inoltre l’introduzione non è affatto legata al pensiero che segue, e quindi ha con esso un suo illogico legame. Questo lampo accadde al culmine di una curiosa visione, sensazione molto valida, pregna, decisa e forte che ho avuto ieri sera: quella di essere un alieno. Ma non nel senso che tutto mi appare strano, bizzarro, che a volte ci si sente come se ci si vedesse dal di fuori, e ci si vede completamente avulsi e differenti dagli altri, e quasi totalmente insoddisfatti di sé, di tutto, ed essenzialmente si comprende in coscienza sorridente amara di essere dei disadattati apocalittici. No no: io, mi è sembrato proprio che sia andata così: esseri alieni, che vivono in dimensioni spazio-temporali a noi astruse ed inconcepibili, hanno un giorno incrociato questo bizzarro granellino a forma di pisellino sperso nell’universo infinito, si sono guardati la fiction dei millenni accadutasi al pianeta, e poi – per entrare meglio nella serie – ognuno di questi indefinibili alieni ha scelto un essere umano, secondo criteri tutti suoi, come quando devi fare la partita di calcetto sei il capitano butti il tocco e devi sceglierti i compagni di squadra (diciamo il concetto è mutuato, ma per dire – mi è venuto così), là invece quello ha detto : io voglio essere questo tizio. certo ogni tizio scelto avrà avuto una vita di merda, morti, lutti, malattie, schiavitù, carestie ma all’alieno che se ne fotteva, per lui era preciso come per me sarebbe girare da protagonista il remake di un qualunque film, è un film! sono solo un personaggio! – e quindi l’alieno ora si agita dentro di me e si gode, dal suo punto di osservazione, tutte le sensazioni che una vita come la mia (come la tua, come la loro) può generare, produrre, sperimentare, sopportare, scoppiare. Insomma ieri l’alieno si è sgamato/rivelato totale, perché c’è stato un frame, un passaggio chiarissimo in cui quello mi ha fatto capire che il suo era appunto un esperimento, non ero io ubriaco, era lui lucidissimo che rifletteva su che strano impasto di tutto si agitava dentro di me, quanto di libero arbitrio ci fosse in me di me, quanto di lui, ora qui all’anno quasi 48 della mia comparsa. E attenzione: che comparsa è la parola chiave. Lui ha fatto questa capriola di riflessione insondabile e però, così, la radiazione di fondo mi è arrivata calibrata come la schiocca quando spartisce evi, ruoli e tratti di infinitume: qualunque cosa voglia dire.
Però comunque tutto a posto: a me è sempre sembrato, apparso come se/che ci fosse un qualcosa di strano, un riverbero alieno – quest’anno poi che me lo dico a fare, quest’anno è il buco del culo delle trapanature eterne galattiche. E mentre con l’occhio di “insostenibile meraviglia” (come da definizione di un altro mio fratello ben consapevole dell’alterità alienità dell’universo – ed a cui in un certo qual modo questo post è dedicato, essendo oggi il suo personalissimo “è funesto a chi nasce il dì natale”.) mi godevo un momento prolungato dentro l’unica cosa di natura femminile capace di accogliermi ultimamente per trarne un pur minimo giovamento, e dalla quale non ne esco però con la nausea o la petite mort, semmai con la cervicalgia a livelli parossistici, così dicevo, dall’occhio furbo mi è caduto distratto il velo della sostanza e dell’apparenza e ieri all’alieno svelato ho svelato questo mio segreto, ed oggi siamo un po’ più intimi.
Quindi chiunque tu sia, hai fatto bene a scegliere di essere me, per quanto la funestitudine del dì natale resti assolutamente inalterata ed in-alienabile.

Poi:

accade che da qualche anno mi danno (in soggettiva, non da compassione altrui – pfui!) per lavorare con estenuanti difficoltà al mio processo mentale temporale per concentrarmi e badare all’essenziale del momento sospendendo le transizioni da prima a poi, viceversa e sottoveste, io sospendo e concentro e spremo la spugna del reticolo delle motivazioni cerebrali.

Ora.

Parlo di un unico spazio tempo vitale concentrato. Concentrico. Capito?

Ed ora, non interlocuzione ma precisamente: ora

Già di mio eventualizzato ad inizio bisesto a trapassarmi di ricordi, la vita e la morte che se ne portano altri e mi vanno oltre e mi escono da tutte le orecchie dello stomaco e dai pori dei poi che mi condannano al fu, insomma. il concentrato si è spappolato ovunque nelle pareti di ogni parto ed ogni parto è un partire scindere e generare gli avanti e gli indietri: era il tempo che mi sopravanzava e l’angoscia che mi rimontava (sopra strati di calma – me doc).

Già di mio – dicevo (al passato che è mo’): ingabbiato nel paradosso, me lo sono meritato: se non passa il tempo necessario, di fuori, non bergsoniano, proprio materialmente tic tic secondi minuti ore notti lavoro (quella roba) non ne esco fuori, non ne usciamo fuori – letterale – e non si esce più e non vivo più i rantoli di quella che è la mia essenza, oltre il tempo in uno spazio del tempo ben preciso, che riassume passato e presente nelle istantanee.

Quindi appallottolo tutto e devo fare il conto alla rovescia mettendo fra lui e me null’altro che il nulla.

Forse magari un giorno scoprirò che sarebbe sempre stato meglio così.

E quindi non scrivendolo (me) lo testimonerò.

affogare in questo mare di parole che non mi comunicano niente, rileggere miei scritti a caso, cercare un centro di gravità permanente e trovarci solo la gravità di quel momento, l’urgenza di dire cose che non so fino a che punto posso capire adesso, comprendere in futuro, aiutarmi a ritornare nel passato. Poi si innesca un circolo vizioso di pensieri virtuosi che ti prendono per mano, e la mano finisce per prendere un diario di anni fa, molti, parecchi, diciamo 20 e mentre ti rileggi nell’angolo più intimo che hai creato per te, o che lui ti ha imposto di creare, e le imposte di casa sono abbassate perché giunge la notte che non porta consiglio, e perseveri a leggere e non metti una virgola ed i muri si dilatano gli spazi si ampliano e sobbalzi da uno stato d’animo all’altro capisci che questo è, questo il senso, la più dolce della condanna. Dario, non c’è niente da capire. Ma cosa vuoi capire? Ma davvero ti illudi di leggere per capire, per carpire cosa di te, ancora? Tu devi scrivere, cosa ti importa del resto e delle conseguenze? Basta sedersi ed ascoltare. Chiudilo, questo file: vai, vai via, lascia spazio alla musica, che un giorno anche quella cesserà, la luce si spegnerà, e potrai finalmente capire. Non ora: allora.

IO

Prima:

Durante: (“Fai apparirire una birra a noi se vuoi“).

Dopo:

Per una magia così – dice – val la pena vivere“.

Ah, questo sabato così VecchioLeviatano!

 

mi ricordo che da un certo momento in poi, diciamo tre, due anni prima della fine, da un certo momento in poi, ogni volta che la domenica tornavo a casa dopo aver pranzato dalla nonna, ero immerso così immerso nel piacere di esser stato con lei, pranzato e bevuto vino che, tornando estatico a casa dopo averla salutata dal basso – lei al balcone, puntale, precisa sempre al momento del congedo visivo, mi domandavo: chissà quanto durerà ancora? Però me lo dicevo sapendo che me l’ero goduta (una volta in corso d’opera la raccontai anche a mio fratello), me l’ero goduta fino in fondo questa sensazione. la questione è che quando in quel momento lo pensi (chissà quanto durerà ancora), non pensi veramente che possa finire o meglio, non pensi che comunque la settimana dopo possa finire, sai intimamente – mentre lo pensi – che avrai sicuramente un’altra occasione, un’altra situazione così, tra giusto 7 giorni. Poi passano gli anni, tutto finisce eppure tu, magari, in una domenica di fine maggio, ti ritrovi a passare sotto casa della nonna, alle due del pomeriggio di una domenica a caso, magari per buttare l’immondizia, e ti ricordi di tutto, e ti ricordi di questa cosa, e pensi ad un unico pensiero: a questo ricordo, ed al fatto che vorresti provarlo per un’ultima volta.. . poi però comprendi meglio il tuo sentimento, comprendi meglio che quando scendevi da casa della nonna, la salutavi e ti dicevi “chissà quanto ancora durerà” era giusto così, giusto immaginare che ci sarebbe stata un’altra volta ancora. e capisci che tutto rientra nell’ordine naturale delle cose, l’ordine naturale ed amorevole delle cose e del ricordo, e che se tu avessi saputo che quella era l’ultima volta che vivevi quella situazione saresti stato male e non l’avresti vissuta e goduta come tutte le volte in cui lo hai fatto, fino alla fine, che fu inconsapevole. e sai pure che ora è giusto così: che tu pensi che ti piacerebbe riviverla ancora una volta, una sola volta; e che è bene, è giusto, in un certo modo è meraviglioso che non lo si possa fare più, se non nel ricordo. è che questo è il lascito più bello che una grande persona mi ha consegnato, oggi, e finché potrò ricordarlo e ricordarmi di quel che provavo e dicevo e pensavo e vivevo – e come mi emozionavo, ubriaco di vino e di amore condiviso – quando la salutavo, lei dal balcone, io appena fuori il casello, giù in strada, felice come un bambino, ebbene questo resterà come il più bel segreto condiviso tra due persone che fisicamente non sono più qui, lì, in quella casa, in una qualunque domenica della nostra vita, magari di maggio, proprio oggi che è maggio, e questo mio che è un omaggio, e mi struggo e mi compiaccio, e mi sento bene, bene fino alle lacrime, e così sia, nonna mia: ovunque e qualunque sia l’autocoscienza di novitazione lungo la quale percorrerai la tua rinnovata via.

Vecchioleviatano 2020

Ripenso al passato e lo vedo come un paradiso, oggi qui a quasi 50 anni: 20, 30 anni fa. Ora so ciò che penso, sto male e non ho grandi aspirazioni (in vero: mai avute) né motivazioni sostenibili per il futuro. Però, se/quando ripenso al passato, ne rivivo e colgo come un sospiro emotivo lo slancio, le scintillanti prospettive, la bellezza del piacere dell’esserci (stato). Eppure, io non ho un ricordo preciso, calibrato, imminente su come realmente vivessi, cosa pensassi interiormente, come essenzialmente la vedessi – l’essere io, allora, nel mio io. E peraltro potrei saperlo, leggerlo, dai miei diari che coprono oltre il 66% di questo viaggio nel tempo all’indietro, il 66% più immediato. Ma il senso non è questo, non è questo il significato del pensiero della felicità che attribuisco al me del passato, e sono certo che se prendessi un diario a caso, un anno a caso, nei ’90, ad inizio di secolo, nei dieci successivi, sono sicuro – lo so, come potrei non saperlo? anche se non posso sapere con certezza come vivessi e cosa pensassi addirittura negli oltremondi dei non detti e non confessati neanche a se stesso- so però con certezza che anche allora pensavo e penavo, soffrivo e mi prosternavo, vivevo alla giornata e mi guardavo dietro rimpiangendo l’eden perduto. La differenza, progressiva, è solo in ciò: che, all’epoca – qualunque si prenda ad esempio – pensavo di avere più tempo davanti a me per rimediare, per correggere le cose sbagliate, i pensieri sbagliati, le ossessioni contorte nell’animo, controverse nei fatti, nelle azioni, nel pensiero, gli errori sistematici e quotidiani, lo stato di insoddisfazione esistenziale, per recuperare il tempo sprecato in divenire. In verità, ogni epoca è stata figlia di se stessa, di me stesso, del modo in cui sono fatto, in cui mi sono evoluto in base a come sono ontologicamente immutabilmente fatto, di come in fondo ciascuno di noi è fatto; ed ogni epoca ha portato con sé e contenuto in sé i medesimi sentimenti, le stesse sofferenze mentali, gli spasmi, le speranze illusorie, i fallimenti, il pensiero avvitato ciclicamente su se stesso, ad interminata spirale. Solo in un preciso momento nel tempo, i circa 21 mesi che hanno preceduto il compimento dei miei 15 anni, io ero consapevole di essere vivo, giovane, libero e felice, in un parola: infinito. Ed ho vissuto come ed in funzione di questa consapevolezza assoluta, perché esistenzialmente vera in me.

Quindi, il senso di queste mie parole, ADESSO, è il seguente (e non mi curo della rispondenza, o del grado di sovrapponibilità, o di discrasia o di distonia con l’altro pezzo danzante di memorabilia di pochi giorni fa, che risaliva al 2004 attraverso il 2010, oh vertigini degli abissi!): quando ripenso a come era bello ed illusoriamente felice il passato, di bello c’è solo una cosa: questo pensiero, questo atto del pensare al passato, il momento del presente in cui mi astraggo e mi distraggo pensando al tempo che fu: non la verità su di esso. Su questa riflessione non ho bisogno di leggere i miei diari, come è vero (tanto è vero) che cominciai a scriverli quasi immediatamente dopo quel periodo precedente i miei 15 anni, quando ero troppo felice ed infinito nell’azione della vita per perdermi e perder tempo nella scrittura, nel ricordo, e nel ricordo della scrittura del ricordo.

Lo so e basta.

VECCHIOLEVIATANO 2020

“Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita”.

Il deserto dei Tartari – Dino Buzzati 1940

 

“Supponiamo, per esempio, che io soffra profondamente: un’altra persona non potrà mai sapere fino a che punto io soffra, perché lui è un’altra persona e non è me, e, soprattutto, è raro che un uomo sia disposto a riconoscere in un altro un uomo che soffre (come se si trattasse di un’onorificenza). Perché non è disposto a farlo, tu che ne pensi? Perché, ad esempio, ho un cattivo odore, perché ho una faccia stupida, o perché una volta gli ho pestato un piede. E poi c’è sofferenza e sofferenza: una sofferenza degradante, umiliante come la fame, per esempio, il mio benefattore me la può ancora concedere, forse, ma quando la sofferenza è a uno stadio superiore, quando, per esempio, si soffre per un’idea, quella non me la accetterà, perché, diciamo, dandomi un’occhiata, ha visto che non ho affatto la faccia che, secondo la sua immaginazione, dovrebbe avere una persona che soffre per un’idea. E quindi egli mi priva immediatamente dei suoi favori, e non si può dire che lo faccia per cattiveria. I mendicanti, soprattutto quelli nobili, non dovrebbero mai mostrarsi, ma dovrebbero chiedere l’elemosina rimanendo nascosti dietro i giornali. Si può amare il prossimo in astratto, a volte anche da lontano, ma da vicino è quasi sempre impossibile. Se tutto fosse come a teatro, nei balletti, dove, quando appaiono mendicanti, essi indossano stracci di seta e pizzi lacerati e chiedono l’elemosina danzando leggiadramente, be’, in tal caso, li si potrebbe ancora ammirare. Ammirare, ma non amare. Ma finiamola con questo argomento. Volevo soltanto esporti il mio punto di vista”.

“I fratelli Karamazov” – Fëdor Dostoevskij 1879

 

(Chi patisce non è atto a compatire)
Quando ci si interroga sul male, esso viene visto e vissuto come qualche cosa di assolutamente e tragicamente avulso dalle circostanze normali ed umane, come qualcosa che sfugge al controllo totale e soprattutto come un elemento non programmato ed estraneo al modo di intendere le cose della vita. In realtà, l’errore principale che si commette quando viene affrontato l’argomento del male è costituito proprio da questa premessa infondata, in cui è già presente un abbaglio deviante di fondo, appunto il non considerare il male come componente sistemica e sistematica dell’intero complesso in cui accadono gli eventi, cioè la natura.
Noi esseri umani, ovviamente, siamo portati a valutare alcuni aspetti in maniera negativa (in valore assoluto), quindi come male, come dolore e sofferenza, e questo perché noi utilizziamo tutta una serie di categorie morali ed etiche scolpite e definite dall’evoluzione umana e del pensiero. Questa riflessione, tuttavia, introduce anche una doppia chiave di lettura, nel senso che potrebbe non essere il pensiero che si è sviluppato, affinato, approfondito fino a codificare il concetto di male, ma se vogliamo è la presenza naturale del male e del dolore che ha spinto l’uomo, o meglio il pensiero dell’uomo, a darsene una ragione, ad arrivare a definire cose naturali come Male, semplicemente perché erano accadimenti carichi di sofferenza che l’uomo non poteva spiegare e motivare, con il semplice sgomento della commozione, a se stesso. Una sorta di paradosso, se si vuole, questa idea che il male nasca perché l’uomo non riesce a dare una definizione di cose che non capisce e quindi finisca per inquadrarle nell’idea del male elaborando intorno a questa attribuzione terminologica l’insieme completo di definizioni, di categorizzazioni e classificazioni.
Resta la constatazione che la casualità accidentale del male, unito ed intrecciato alle circostanze delle vite comuni, si pone come effettività sistemica e normale, senza possibilità di rimandarlo in un postribolo di rifiuti come fenomeno deteriore, accidentale, deviato, inaccettabile, implausibile, innaturale. D’altronde, il mondo della natura vive di lotta per la sopravvivenza, di battaglie, predomini, di atteggiamenti sostanzialmente naturali contornati di vita, di morte, di dolore e di tragedie che noi percepiamo e definiamo come tali, ma che non meritano una precisa identificazione perché sono come sono in quanto sono.
A ben pensarci, chi crede in un Dio Onnipotente e Creatore di ogni cosa, giustifica e motiva il male attribuendolo ad un disegno dell’assolutezza di Dio che noi umani non possiamo comprendere e definire, senza rendersi conto che tale ragionamento, spinto alle estreme conseguenze, deve costringere (con la ragione della fede) ad accettare qualunque cosa ci succeda come un dono d’amore divino, e quindi a posporre il dolore atroce che si prova nei confronti delle tragedie personali, all’amore indiscutibile e incontrovertibile per il Padreterno, ma la verità è che non esiste alcun individuo che nella sincerità della propria coscienza abbia accettato, senza mai imprecare e dubitare, tutte le decisioni divine arbitrarie ed atroci che hanno segnato la propria esistenza nel dolore e nella sofferenza. Mentre chi non crede in un Dio del genere, consegna il Male alle cose inevitabili della vita degli uomini e della natura, senza darsi altra ragione che questa spiegazione illusoriamente logica e consolatoria. Nell’uno come nell’altro caso, il male appare una cosa naturale ed innegabile, senza avere un peso morale peggiore o diverso dal resto delle cose che accadono in natura, e dunque nella scelta precisa di una volontà volta al male ci sarebbe tutta la dignità della libertà umana, dettata dal disegno di una mente creatrice ed onnicomprensiva a cui attribuire ogni responsabilità, o di una natura che è così com’è e sulla quale non è possibile discutere od obiettare, tanto più in quanto esseri ospitati in essa successivamente alla sua misteriosa apparizione.

VECCHIOLEVIATANO 2001

Lo scopo della filosofia del VecchioLeviatano è il punto di approdo dell’equilibrio interiore, e si fonda, si nutre e si addolora sulla contrapposizione tra:
il “Sistema” ed il mio sistema.
il “Sistema” è la realtà così come viene presentata e vissuta, spacciata per vera ma in realtà apparenza e finzione.
il mio sistema è invece la verità come viene percepita dal mio spirito, e dunque reale e realmente esistente senza bisogno di altre dimostrazioni. Poiché qui io scrivo ed io penso, io cartesianamente esisto e sono, mentre il Sistema è totalmente in discussione..
Dice che io esisto all’interno della realtà del Sistema, ma in realtà il Sistema, senza le singole, molteplici, uniche ed irripetibili realtà non esisterebbe perché non sarebbe mai pensato né parlato.
Nel mondo animale e vegetale non esiste alcun Sistema: è un mondo che semplicemente vive, e vive in semplicità perché manca di parola e dunque di autocoscienza.
il Sistema si fonda e si legittima sulla parola, sulla invenzione della Parola, la più temeraria, geniale ed inspiegabile, certo la più importante invenzione del genere umano.
Con gli stessi mezzi, il Sistema può essere sconfitto e svelato nella sua menzogna attraverso la Parola, o meglio attraverso le parole su cui si fonda il mio sistema.
Da qui nasce la contrapposizione tra il Sistema ed il mio sistema: dalla Parola e dall’uso che ne viene fatto dalla filosofia del VecchioLeviatano.
Questa è la ragione di vita e di esistenza della filosofia Leviatana.
Se solo si riflette sul concetto che tutte le costruzioni, le evoluzioni e le realizzazioni della razza umana derivano dall’invenzione della Parola, si può capire come il fine più nobile di ogni filosofia dello spirito umano sia quello di indagare sul mistero della Parola, o meglio sull’uso dell’invenzione della parola allo stato attuale, e sull’idea o la possibilità che la logica e razionale destrutturazione del linguaggio possa condurre a destrutturare il Sistema ed a svelare, svelandole, le sue imposture.
Questo è il solo modo per rendere omaggio e gratitudine all’invenzione della Parola ed utilizzare le parole per compiere la sola rivoluzione realmente rivoluzionaria, perché in grado di destrutturare la finta realtà del Sistema dal suo interno, un interno che finisce per inglobare ogni altra sistematizzazione possibile del reale.
Nessuno potrebbe negare alla Parola il ruolo di invenzione totale ed onnicomprensiva, perché in essa e da essa è partita l’evoluzione della razza umana, il pensiero, la costruzione delle civiltà e lo sviluppo delle scienze, delle tecnologie e dei sistemi sociali, politici, economici e morali.
Nessuno potrebbe altresì negare che tutto il Sistema creato dalla parola si vale oggi dello strumento della distorsione del linguaggio e della sua manipolazione per imporre l’idea ed il pensiero di una realtà che non è la vera realtà, bensì un simulacro di realtà.
Quel tutto, l’embrione di sistema poi divenuto Sistema, che la Parola ha creato, si è ribellato alla sua matrice originaria ed ha coscientemente e perversamente deciso di strumentalizzarla per estendere il suo dominio alle menti delle popolazioni, distorcendo il senso ed il significato di ogni singola parola, discorso e pensiero, per imporre la sua forza di volontà pervicace e paralizzante.
Ogni tipo di sottosistema all’interno del Sistema: politico, economico, finanziario, sociale, morale, religioso, tecnologico e scientifico utilizza lo strumento barbaro e sconcertante della distorsione del senso e del significato e della logica intrinseca della parola e del discorso.
Pertanto, la sola rivoluzione pensabile, attuabile ed auspicabile può e deve nascere all’interno del sistema del Linguaggio.
E’ un compito doveroso cui nessuna mente umana attratta dal pensiero dello svelamento della verità dovrebbe sottrarsi.
Alla lunga, non è interessante né significante parlare di qualunque cosa: qualunque discorso possibile ed immaginabile ha connotati e sfondi di un effimero senza fine. Si può discutere e ragionare di tutto e su tutto, ma si tratta di pensieri e parole che non hanno senso se non una causa esclusiva, cioè l’uso della parola dall’invenzione del linguaggio ad ora, e sempre.
Si tratta di un gioco con delle regole, senza le quali il gioco stesso è un involucro vuoto, un guscio sfiorito ed inadatto a qualsiasi tipo di utilizzo.
Da questo punto di vista, il sottosistema del gioco, come un qualunque sport, ha molta più sensatezza e logica reale di qualunque altra realtà spacciata come tale, perché si basa su presupposti scritti e/o condivisi e sulla consapevolezza di quei presupposti convenzionali a fondamento di esso. il Sistema globale, invece, ignora o finge di ignorare i suoi presupposti e per questo motivo deve essere smascherato e ricondotto alla sua reale natura, cioè quella della finzione e dell’inganno.
Come si realizza una rivoluzione della realtà attraverso la destrutturazione del Linguaggio posto alla sua base? Innanzitutto, ricordando ed avendo ben preciso lo scopo di una tale rivoluzione, che non è e non vuole e può essere finalizzata ad un presunto progresso, o evoluzione, o costruzione di una parvenza di rinnovata realtà, ma che sarà essenzialmente quello di destrutturare e distruggere: distruggere qualsiasi pretesa di senso, di verità, di logica artificiale.
La maggior parte delle persone è sgomenta, scettica e critica al cospetto di un proclama di distruzione, destrutturazione e rivoluzione senza senso o finalità utilitaristica, ma questo accade perché gli individui credono di avere uno scopo, un significato, una finalità ultima legata alla propria esistenza, e di questo investono lo strumento che rende loro possibile pensare ciò: il Linguaggio.
Invece, anche queste sono parole. Senza di esse non esisterebbe alcun proclama, alcun timore ed alcuna logica distruttiva, ma senza di esse non esisterebbe nulla di ciò che siamo capaci di concepire come esistente e non esistente, e dunque tutto si tiene a tutto, e tutto ciò che si dice ha più realtà della stessa apparente realtà, sebbene effimera, ma col vantaggio dell’autoconsapevolezza di ciò, del suo pensiero e del suo tratto illusorio.
Se non si fosse ancora compreso, l’idea filosofica che muove ed armonizza queste parole è che non è pensabile lasciare che il discorso e l’agenda dei pensieri ci venga imposta da un Sistema che utilizza e perverte il Linguaggio, da cui nacque e su cui giustifica la sua esistenza, per utilizzare e pervertire la razza umana.
La riappropriazione del Linguaggio da parte di ogni singolo individuo, al di fuori di qualunque logica e sensatezza sistemica, è la sola libertà rivoluzionaria possibile ed immaginabile, e vera, che possa esistere.
Questo dato è un punto fermo ed incontrovertibile, perché è un insieme di parole che non hanno uno scopo strumentale, ingannatore o sovvertitore di alcun tipo di presunta realtà.
Son parole di una verità disarmante e disarmata, disadorna e siderale: sono parole che nascono da una autoconsapevolezza libera da ogni infingimento ed aperte ad ogni illusione pensabile.
Ecco perché sono parole rivoluzionarie.
Si potrebbe sospettare la potenziale intrinseca contraddizione, o paradosso, nel voler attuare una rivoluzione che abbia come scopo la destrutturazione del Linguaggio attraverso l’uso del linguaggio medesimo, caso anomalo in cui lo scopo che ci si prefigge è rappresentato dall’annientamento del mezzo con cui quello stesso scopo viene perseguito, un po’ come distruggere le armi con l’uso di altre-le stesse armi.
Eppure, la contraddizione paradossale della cosa si scioglie come neve al sole se si pensa che l’immaterialità del Linguaggio si presta a qualunque manipolazione, e nessun tipo di manipolazione può essere peggiore di quella che strumentalizza il linguaggio per erigere un Sistema fasullo spacciato per realtà incontrovertibile.
La parola, in questo caso, è utilizzata non “a fin di bene”, ma tout court “a fin” e per la sua stessa ragione di esistenza e di senso può prestarvisi e non protestare, perché ogni suo singolo elemento viene ricondotto al fine originario, che è l’invenzione dal nulla che mira a svelare il nulla medesimo.
Esiste una metodologia che proseguendo logicamente, o cronologicamente, possa indicare la strada da seguire nello scopo? Anche in questo caso, esiste un criterio anti-logico – nella finta logica del Sistema, che coerentemente opera per sottrazione: non abbiamo bisogno di un profluvio di Parole, e questa è una semplice dimostrazione dell’utilizzo anormale, anomico o abnorme che si può fare del linguaggio, per distogliere l’attenzione e depistare l’individuo comune di fronte all’immediatezza della verità celata.
Nel momento in cui si abbandona ogni fumosa filosofia del discorso, del ragionamento, della dimostrazione e della persuasione, e si decontestualizza il modo di dire, l’espressione fatta, l’incastro di parole apparentemente logico e coerente, o la semplice semplice parola, si riconduce l’invenzione per eccellenza al suo ruolo per eccellenza: il disvelamento dell’inganno, quindi il disinganno ed anche il disincanto perché, come si spiegherà nel prosieguo, la musica, l’armonia e l’effetto sonoro costituiscono una specie di controcanto alla missione della destrutturazione del linguaggio (un esempio illuminante: i 4’33” minuti di composizione di John Cage).
Procedere senza un percorso precostituito è l’elemento speculare del fine da ultimare, ha una logica coerente al discorso enunciato, non si assoggetta all’ennesima impostura del Sistema, e declara la sua semplicità filosofica con i fatti delle parole anzi che con le parole dei fatti indimostrati ma argomentati come reali.
Ci sono alcune figure che a nostra insaputa ma a loro saputa contribuiscono alla missione e fungono da appiglio necessario al processo filosofico in atto. Si troveranno lungo il cammino, secondo associazioni casuali di pensieri non casuali: Leopardi, Kafka, Lynch, Yorke, Battisti; Blob, Bukowski, Gaetano (nunteregghepiù). E’ un elenco totalmente riduttivo, ma è un richiamo della memoria, come idea della parola memoria da tirare in ballo perché, come logica vuole, l’annientamento del Linguaggio produce la dipartita del pensiero e della memoria basica dell’individuo. Ma questo, va da sé, deve costituire proprio l’ultimo dei nostri pensieri, di nome e di fatto.
Ecco perché questo sistema, il mio sistema: non è un sistema che procede in modo sistematico, non ha forme definite, non può e non deve, perché è l’imperativo del linguaggio che lo detta e lo plasma ed ogni vera creazione, specie se distruttiva, non può camminare lungo alcuna strada definita, deve procedere libera perché la sola libertà consiste nello stabilire da sé, intrinsecamente, attualmente il percorso per approdare al fine, essendo il percorso esso stesso fine, in tutti i significati che la parola fine ha.

PARENTESI
per combattere la paura dell’irrilevanza, cui si tende a ricondurre per snobismo o terrore o superflua ignoranza tetra e totale ogni tentativo di scarnificazione di un costrutto artificiale attraverso la sua rappresentazione verbale immediata, è meglio tenersi alla larga dalle illusioni circa traguardi competitivi cui approdare per massimizzare la risonanza della propria personale opera, e guardare alla vita in un modo che metta in rilievo la nostra coerenza e linearità, esaminando fino a che punto la nostra storia e le nostre esperienze siano organizzabili in un insieme dotato di senso. Cercare una coerenza intima, individuale ed indipendente dal continuo confronto con gli altri: quando vediamo uno Chagall non ci chiediamo se sia migliore o peggiore di uno dei quadri di Picasso, perché c’è una logica interiore nei quadri del primo e ce n’è una diversa nei quadri del secondo: ed entrambe le logiche offrono un senso di compiutezza estetica. Autoaccettazione attiva: quel modo di guardare alla propria vita con onestà, cercando di fare ciò che è nelle nostre possibilità purché sia in linea con la nostra coerenza interiore.
Attenzione.
Ciò che mi rende uomo, cioè titolare potenziale di diritti e di un’ambizione di libertà, di pace e sussistenza, non è il fatto di essere nato, l’esserci; ma quello di possedere un linguaggio, il pensarvici.
Pensateci.
Io posso rivendicare anche come mia l’invenzione del linguaggio? Sì, perché se uso la sola vera invenzione che caratterizza il fatto di essere uomini, un sistema che mi nasce da dentro e pervade la mia coscienza pensata e pensante, io posso impadronirmi di questa invenzione, come non potrei, invece, per l’invenzione della ruota, o del fuoco, o della radio – tanto per dire.
Se io posso ricondurre anche a me stesso il riconoscimento dell’invenzione del dato per eccellenza che caratterizza la razza cui appartengo, perché usandola mi qualifico come uomo – quindi rivendico come mio quel mio dato di appartenenza – e qualificandomi come uomo – che usa avendo inventato ed inventando – il linguaggio, io sono tecnicamente e filosoficamente libero di utilizzarlo e farne quel che mi pare, è il linguaggio che vuole questo, è il linguaggio che presuppone questo.
Ecco perché la de-strutturazione del linguaggio è la più alta forma di libertà riconosciuta all’individuo, e riconosciuta a se stesso dallo stesso linguaggio che ne certifica il suo essere uomo ed il suo essere libero.
Quindi il Linguaggio, per essere una sola cosa – realmente, esistenzialmente – con l’essere umano, chiede al suo inventore e proprietario che egli lo distrugga.
Distruzione e destrutturazione come atto creativo o come atto a prescindere, come modalità per distruggere la menzogna e l’illusione perpetrata da secoli, la dislocazione del linguaggio nella valle del non significato, della separazione tra il senso delle idee ed il senso delle cose, come asportazione del legame tra Linguaggio e Realtà.
Quel che a volte scoraggia l’impresa di chi scrive, allo stesso modo in cui attrae e incuriosisce l’attenzione di lettori maggiormente ingegnosi o insidiosi, è capire come procedere e perché il percorso abbia seguito quella direzione anzi che le altre tutte che avrebbe potuto affrontare. Ma la logica della libertà di parole in atto di puro pensiero non conosce il senso della sua origine né della destinazione fittiziamente precostituita, tutte caratteristiche e prerogative del linguaggio da impostura difatti imposto dal Sistema.
Molto spesso si soprassiede sul fatto che noi tutti – ancor prima di essere razza umana causa Linguaggio – fummo atomi di elementi creati da un’esplosione della quale non sapremo mai motivo, causa e finalità. Ciò a cui dobbiamo attenerci è il qui ed ora, lo stato dell’arte attuale, consapevoli dell’insensatezza e della inspiegabilità perenne del come, quando e perché. Allo stesso modo il pensiero va. Per rintracciare un senso che non esiste, bisogna porre attenzione su ciò che accade e ne viene, perché dietro, intorno o dentro le logiche e le spiegazioni girano a vuoto, come tante categorie del sistema applicate a mondi che di sistematico nulla hanno. Come voler parlare di politica o di morale per il regno animale o vegetale.

RIVOLTA(I)RE SENSO IN MODO RIVOLTANTE
E quindi, tanto per capire su cosa stiamo ragionando, provando a svelare lo scandaloso traviamento e la pervicace artefazione del linguaggio, analizziamo uno dei capisaldi della cultura occidentale degli ultimi secoli: l’affermazione di Voltaire secondo la quale pur non essendo daccordo con la tua idea darei la vita perché tu possa esprimerla.
Se ciò fosse vero, se questa breve sequela di parole insensate e infingarde spacciate per esempio illuminante di democrazia dai gestori del potere del Sistema avesse una qualche logica morale inattaccabile e riconoscibile da chiunque a tutte le latitudini, io non potrei – col mio sacrificio a beneficio della tua libertà di espressione morendo – mai più esprimere la mia opinione (a vantaggio della tua, salvata dal mio immolarmi), in tal modo privilegiando il valore di una cosa immateriale che non mi appartiene a quello di una cosa materiale ed immateriale che sono io stesso; oltretutto, in tal modo, io non potrei mai più esprimere la mia, di opinione, compresa eventualmente quella di non essere daccordo con l’affermazione iniziale – come sto argomentando in questo momento. Poiché io sono io, tu sei tu, ed il paradosso è un paradosso, questo è un luogo comune, e della peggiore specie, perché non si nutre di leggende e convenzioni sociali e di vita che nascono dal basso, ma viene calata dall’alta e spacciata come incontrovertibile verità a fondazione del sistema democratico degli imperi occidentali, o come formula filosofica valida per tutte le epoche e tutti gli uomini a significanza del valore morale della libertà di espressione. Che si voglia sostenere che io guardi il dito e non la Luna indicata, il discorso non cambia. Se si vuole dire che ogni uomo ha diritto a dire la sua, lo si dica in questo stesso modo. Se si vuole usare un’iperbole ad effetto si svilisce e prostituisce il linguaggio e con esso il senso che quel modo di dire accompagna a sé, mettendo a confronto le prerogative di un me ed un te che non hanno alcun senso di giustapposizione. Oltretutto la formula è così banale, di maniera, ad effetto per menti incapaci ed inadatte al pensiero, che non ci si rende conto che questa valutazione che di essa qui se ne fa è paradossalmente inattaccabile perché, se qualcuno volesse in qualche modo impedirne la sua espressione, qualcun altro dovrebbe dare la vita affinché io possa invece essere libero di farlo. Pertanto, sulla base di essa, la confutazione che io ne faccio della sua veridicità, o viene accettata integralmente – nei termini in cui io la espongo qui – o viene rigettata. Ma in quest’ultimo caso, per quante sono le persone che ne rigettano ostilmente l’essenza, ho bisogno di un numero uguale di persone disposte a morire per essa, affinché la mia libertà di opinione possa essere comunque garantita.
Voltaire, in sostanza, ha scritto cose migliori.

 

EPILOGO

L’invenzione della Parola ci ha reso Umani.
In cambio, l’Umanità ha progressivamente reso alla Parola il peggior servizio, svuotandone il senso e svilendone i contenuti, piegandola ai propri fini barbari e disumani ed in ultimo distruggendola.
Non credo più alla Parola, perché ciò che abbiamo oggi in sua vece, al posto della Parola creatrice di umanità, è il feticcio dell’impostura, del traviamento, dell’artifizio scenico vuoto ed antipode: in una Parola, non è quello che creò l’Umanità ma il suo esatto contrario e per questo al posto dell’umanità abbiamo la dis-umanità, causa ed effetto della dis-parola.
Pertanto, non mi interessa più la Parola contemporanea, il chiacchiericcio e la letteratura, il romanzo, la produzione verbale attuale: è roba finta e finita.
Per quanto anche io sia il prodotto di questa finzione e di questa alterazione e alienazione della mia ancestrale e arcaica umanità, la parte più recondita del mio profondo e umano ricordo mi suggerisce ancora, e coscienziosamente, di preferire il vero al finto, almeno per quanto attiene alla ricerca di un confronto vero tra me e la mia coscienza di esserci.
Ecco perché credo che un racconto reale di una persona reale su un suo vissuto reale, fosse anche l’aneddoto del macellaio o del ragazzo del bar su qualcosa capitatogli appena ora, abbia più senso e più valore di un romanzo o racconto di fantasia, qualsiasi sia.
Non starò a ripetere la mia idea-sentenza secondo cui c’è molta più fantasia nella realtà che nella fantasia. Ma così è.
Ripeto: parte tutto dalla constatazione raggelante che ciò che abbiamo a fianco è un cadavere impagliato che vogliamo spacciare come vero, vivo e reale.
Ecco perché preferisco leggere testi andati, di persone che riflettevano di questo e su questo, sulla vita e la morte, la parola e la imperdonabile razza, di capire come sia strabiliante verificare che il loro modo di pensare e vedere l’esistenza sia simile identico al mio, passati gli anni, distrutti i tempi, è sempre la stessa tragica canzone.
Voglio solo confrontarmi con persone che pensano e raccontano loro pensieri muti.
Se leggo l’indice della notevole mole di libri e di autori miei compagni più recenti degli ultimi anni, posso dedurre precisamente il senso di questo pensiero qui riassunto e siglato.

CONCLUSIONE

Ogni singola lettera di ogni singola parola di ogni singolo pensiero di ogni singola espressione da me prodotta, ogni video, ogni foto, ogni musica, aforisma, canzone, poesia, ogni preciso momento di manifestazione interiore della mia autocoscienza costituisce irrevocabilmente IL MIO SISTEMA. Come tale, per quanto qui proprio ed ora scritto, nella massima espressione della circolarità che non teme alcuna forma di contrarietà: incontrovertibile, inattaccabile, irrefutabile, infinito.

SISTEMA FILOSOFICO VECCHIOLEVIATANO

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