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Archive for Marzo, 2020


Questo è un pensiero immediato ed estemporaneo, e certamente autoreferenziale, ma è talmente paradossale che non potevo esimermi dall’immortalare qui, in una piazza seppur virtuale ma pubblica ed anzi, nel capovolgimento di senso, più reale di qualunque virtuosismo virtuale.

In questi giorni, in queste ore, la mia vita non è cambiata di nulla: la mia quotidianità, le mie abitudini, i miei rituali, le mie passioni ed i miei passatempi hanno subìto un’alterazione basica al massimo di un 1 – 2 % rispetto al consueto (un consueto – benintesi – da me amato, ratificato e quindi scelto)

Voglio dire: durante la settimana continuo a lavorare; e che sia tutta la giornata, o solo al mattino, il risultato non cambia. Timbrato il cartellino torno a casa (tralaltro, con molto meno traffico e quindi con molto meno disappunto alla guida). Nel fine settimana, come sempre, stacco telefoni e telefonini, mi barrico in casa e mi dedico a me: con la mia musica, le mie letture, le mie proiezioni cinefile, il mio diario, i miei sigarini, i miei pensieri, le mie poesie, la mia cucina, le mie bevute. Come sempre, non bazzico locali, negozi (che non siano alimentari: per il pollo, il vino, la birra ed il latte, i biscotti e la marmellata di albicocche – per esemplificare), non vado in giro per palestre (mi bastano le mie 20 flessioni al risveglio mattutino e, al riguardo e per inciso, le mie ultime analisi del sangue sono state riprese dall’OMS per ricalibrare i valori corretti di un medio individuo occidentalizzato poco meno che cinquantenne), non alieno il mio equilibrio cerebrale e psichico in supermercati, negozi di computer e tecnologici di questa ceppa, di abbigliamento, di scarpe, di follia umana varia ed assortita. Quell’1 – 2 % di diverso che ci sarà, concernerà essenzialmente il tempo medio che impiegherò per comprare quei prodotti alimentari di cui sopra: in luogo dei soliti 10 minuti di spesa calibrata (non femminile, per intenderci) perderò, causa orde di decerebrati accorsi al saccheggio di guerra, qualcosa di più, non ancora precisamente stimabile.

Ma, in ultimo, la cosa che mi fa sorridere – al netto di tutte le paure, le preoccupazioni e le sofferenze collettive reali degli altri, di cui mi faccio carico essendo al fine un bravo ragazzo – è il pensiero che la stragrande maggioranza degli individui, in queste ore ed in questi giorni, è costretta a vivere in casa, costretta!, adeguandosi forzatamente ad uno stile di vita, che PER ME è una vita piena di stile personale, senza avere la capacità, gli strumenti personali, l’intelligenza umana per riflettere su come questo sia il migliore dei mondi intimi e personali esistenti e necessari per comprendere se stessi (e, di conseguenza, gli altri). Il fatto che tutti o quasi debbano vivere nel modo che io ho scelto per me, è come se mi ponesse sul piano – materiale e morale – di un sovrano indiscusso ed illuminato che impone alle persone di adeguarsi alla MIA idea sul come le cose debbano funzionare e che quindi, da dittatore – da LEVIATANO – costringa i suoi sudditi a mettere in pratica, volenti o nolenti.

“E ridacchiando ridò così”

VECCHIOLEVIATANO 2020

Non so se “ il nostro” si trovasse sotto l’effetto di qualche beato miscuglio alcolico dell’animo umano che spesso (cioè sempre) si erge a protagonista indiscusso e sotterraneo delle sue storie di ordinaria follia, anche se poi nella sua abbattuta barriera fra arte e vita non potrebbe essere altrimenti, ma in Musica per organi caldi fa capolino questo profondo pensiero sull’amore:

“L’amore è una forma di pregiudizio. Si ama quello di cui si ha bisogno, quello che ci fa comodo. Come fai a dire che ami una persona quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri”.

Il concetto di amore rappresentato nella sua (non inusuale) veste pregiudizievole e pretestuosa va tuttavia fortemente esteso, per essere cioè applicato a tutte quelle che sono le altre forme di passione che caratterizzano la normale esistenza umana.
La poesia, la musica, il cinema, ed i più coinvolgenti interessi che ciascuno di noi, con la propria ineguagliabile e personale sensibilità è capace di creare o donare al suo intelletto emotivo, sono il frutto di un pregiudizio che affonda le sue radici in un limite di conoscenza incolmabile, che solo il più presuntuoso e superficiale degli esseri umani può negare o, il che è peggio, ignorare del tutto.
Basti solamente pensare a quante volte ci è stata posta una domanda del genere: “Qual’è il tuo autore (musicista, letterato, filosofo od attore che si voglia) preferito?” E (pensare per riflesso) alla risposta che siamo soliti dare, che tautologicamente parlando contiene una lista di coloro che in un dato campo ci stanno più a cuore, misteriosamente inclini a sollecitare le corde del nostro più profondo sentire. Ma se rispondessimo semplicemente “a me piace solo ciò che casualmente conosco” non si andrebbe troppo lontano dal vero. Infatti, la proporzione tra ciò che apprezziamo e ciò che disdegniamo, tra ciò di cui possiamo parlare con una giusta disposizione dell’animo e ciò di cui neghiamo ogni validità estetica potrà pure essere ampiamente mutevole ( ed essere quindi pari ad 1 per tutti coloro che amano tutto ciò che conoscono, o pari ad un valore molto basso per chi – ad esempio – fra 10 o 100 autori ne riconoscerà solo un paio come meritevoli della sua stima artistica e spirituale); ma la proporzione tra tutte le creazioni artistiche delle quali abbiamo immeritatamente avuto l’onore di percepirne una sia pur minima scintilla, e quelle che dalla notte dei tempi hanno confuso i propri suoni e tutte le loro parole con il battito continuo dello spirito del mondo, ebbene questa proporzione assume un valore così piccolo che per esprimerlo ancora non ci è dato di pensare un numero tale. Quanti autori, contemporanei di Balzac, di Dostoevskji, di Shakespeare, di Leopardi, di Schopenhauer, e degli altri migliaia di artisti immortali che ogni epoca ci ha consegnato, hanno creato nel loro anonimato (giusto o sbagliato che sia e non sta a noi – nè è possibile stabilire a chi – giudicarlo) dei capolavori che solo per caso qualcuno fra le tante anime che in ogni tempo popolano i giorni dell’esistenza è stato in grado di scoprire, di capire, di amare fin dentro le proprie ossa? Senza passare per coloro che invece hanno segnato per sempre la storia delle storie del mondo, le menti elette e universalmente riconosciute e tributate degli elogi dei comuni mortali di tutti i secoli. Migliaia, milioni, miliardi. E molteplici sono in ogni campo le offerte che alle disponibilità contingenti degli uomini si aprono dinanzi ai nostri cinque sensi. Registi ed autori più o meno noti, e quanti cultori che se ne escono con un nuovo gioiello, una rivelazione, un ennesimo conquistatore di anime. E quanti musicisti, e quali gruppi misteriosi e mondiali, e quanti minimi o massimi comuni denominatori di sentimenti. Eppure, alla resa dei conti, ogni uomo ha i suoi punti di riferimento, e non è disposto a transigere, né a cedere il passo deferente rispetto ai gusti diversi e controversi degli altri. Giammai! Anzi, nostra massima ambizione è quella di diffondere il nostro verbo, che quando non si sposa colla specifica rara capacità di farci apprezzare per le nostre talentuose doti artistiche, declina decorosamente nel tentativo di imporre le nostre sensibilità, i nostri gusti, i nostri culti personalissimi, consapevoli noi che solo una quanto più estesa condivisione di essi può alimentarne la validità ai nostri (ed altrui) occhi, ma quand’anche ciò non dovesse accadere resta, per un rovescio della medaglia, la sublime ed illusoria sensazione perversa di capirne più degli altri, di aver scoperto un piacere di cui noi solamente siamo i destinatari eletti.
Per non appesantire il discorso in modo esageratamente teatrale, si può concludere che tutti gli interessi che ciascuno di noi cura in ogni campo esistente delle arti (e quindi della vita), è solo il risultato di un casualissimo incontro di affinità ed emozioni comuni tra l’artista che creò la sua opera ed il fruitore (cioè tutti noi) che ne ottenne una corrispondenza di sublimi richiami.
Perché c’è chi ama la letteratura russa e chi predilige il naturalismo francese, mentre altri si legano a filo doppio con la produzione degli antichi greci e c’è chi non disdegna l’opera di un grande filosofo del passato, né le creazioni fantastiche di un qualunque Stephen King contemporaneo?
Semplicemente perché – esclusa a priori la possibilità di riuscire a sondare e saggiare tutte le opere d’ingegno morale, materiale e spirituale create da tutti gli autori in tutti i tempi ed in tutti i campi del sapere e dell’agire (ed il discorso si ramifica in viottoli infiniti, passando dagli stilisti agli architetti, dai giornalisti sportivi ai giallisti, dai tennisti ai ciclisti, ecc.), allo scopo di poter operare una scelta con cognizione di causa assoluta – ognuno nel suo piccolo riesce ad apprezzare quel poco con cui è venuto a contatto nel corso della sua formazione culturale, magari dopo una scrematura di opere ed artisti che pur potendo apparire rilevante ai nostri ed agli altrui occhi, è pur sempre infinitamente limitata rispetto a tutto ciò che resta fuori dalla porta (e dalla portata) del nostro mondo interiore (e delle nostre capacità materiali di conoscenza).
Qui non si intende discutere di valori estetici universalmente riconosciuti, perché si ragiona del gusto e delle idee dei singoli individui: nessuno mette in dubbio che la Divina Commedia sia una delle più grandi opere mai scritte dall’Uomo, ma resta il fatto che Tizio preferisca Gogol a Dostoevskji pur non conoscendo lo stile di Tolstoji, mentre Caio esalti i Soundgarden ed i film di Aki Kaurismaki disdegnando riluttante il pop inglese ed il cinema spagnolo (ma chiedendosi spesso come siano le storie di Kieslowski e del cinema Coreano).
Ciascuno di noi, alla stretta finale, seleziona un campione di emozioni che più si accosta al modo personale di pensare la vita e di vedere il mondo, e ritrova in alcune grandi menti, espressive e creative, ciò di cui ha bisogno, la sensazione di non sentirsi solo nel condividere certe passioni, certe esperienze e certi percorsi esistenziali.
Lo stesso ragionamento, in ultima analisi (per ritornare al punto di partenza), che ci porta a considerare il proprio partner come “il grande amore della vita”, l’anima gemella cercata e trovata da sempre, l’altra metà della mela… Palliativi mentali di una inconscia convinzione: è impossibile esperire tutto ciò che ci circonda, è impossibile provare e sperimentare tutto ciò che esiste nello stesso istante in cui si esiste, ed in qualche modo ci si deve accontentare. Esaltare ciò che si è scelto come la migliore scelta possibile è, semplicemente, da “esaltati”. E’ una necessità che si impone alla nostra ragione, secondo meccanismi psicologici ben noti e naturali, per motivare quella stessa scelta, non meno casuale di quanto lo siano tutte le circostanze e le decisioni che affrontiamo e che prendiamo ogni giorno, le nostre scoperte e le nostre nuove sorprendenti passioni.
L’unicità della vita di ogni essere umano riflette la sua enorme solitudine nelle particolari esperienze che lo accompagnano quotidianamente. Ma da un incontro casuale possono generarsi misteriose comunicazioni spirituali che mitigano quel senso di sorda e vuota incomprensione che spesso ci caratterizza.
Tuttavia, il ritenere le nostre scelte come le migliori possibili in assoluto (rispetto alle nostre sensibilità), dal genere musicale alla donna da amare, ha la stessa probabilità di corrispondere al vero come lo ha l’affermazione che tra tutti i miliardi di stelle che esistono in tutte le galassie, solamente il nostro sistema solare ed il nostro pianeta ospitino forme di vita intelligente, malgrado le condizioni di partenza fossero uguali per tutte le cose esistenti nell’universo.
Mondi paralleli, esperimenti del pensiero insondabile, concezioni universali, gusti personali, scelte casuali, articolazioni dello spirito della specie, teorie scientifiche, senso comune e mille altre considerazioni del genere: tutto ruota e contribuisce alla verità ed alla opinabilità di tutto, che sia reale, immaginario od onirico.
Se è vero che stiamo all’universo come una formica sta all’estensione della Terra, figurarsi le nostre passioni universali ed i nostri gusti esclusivi!
Tutto questo può sembrare avvilente, ed in effetti lo è. Ma poiché ogni cosa è ribaltabile nel suo opposto, la logica fin qui dominante ci consegna una grande libertà, la più grande che sia mai stata pensata: l’idea di poter seguire sempre e comunque le nostre inclinazioni, dal momento che non è pensabile che possano esistere, ed avere una consistenza reale ed efficace, limiti di spazio e di tempo alle convinzioni intime ed uniche che ciascuno di noi prima battezza e poi sposa alla missione del proprio ego.
Ogni uomo ha diritto alle sue scelte secondo l’idea ch’egli stesso si è fatto di sé; e quell’idea, per tautologica definizione – è l’unica realtà su cui ciascuno di noi ha l’ultima parola (ed il primo pensiero). Questo massimo traguardo possibile dell’agire umano non ci esime, tuttavia, dal continuare ad inseguire attimo per attimo nuove esperienze modulate secondo la frequenza delle nostre corde esistenziali, e nuove cose di cui poi sia possibile rintracciarne il grado di necessità per la nostra vita.
Fatti salvi i nostri interessi acquisiti, i nostri film, le nostre canzoni, le nostre amicizie ed i nostri amori scelti e confermati in continuazione, sarebbe bello poter pensare che il meglio possa annidarsi in ciò che nessuno di noi ha ancora trovato. Ma che, seppure scoperto e fatto nostro in un qualunque momento della nostra vita, quello stesso “meglio” non potrà cullarci a lungo nell’illusione di aver ultimato la ricerca, perché per definizione, il meglio va ancora trovato, e nuovamente ricercato.
In questo senso, ogni nostra espressione si rapporta all’idea di una costante, continua ricerca, e dunque ad una progressiva elevazione dello spirito.
Una continua ricerca, e la ricerca continua…

VECCHIOLEVIATANO 2004

Partiamo dall’idea che l’universo fisico, la materia, esista da sempre. Assunto ciò, nessuno può averla creata, proprio perché esiste da sempre. Se qualcuno l’avesse creata, l’atto stesso della creazione implicherebbe (avrebbe implicato – implica) un prima ed un dopo la creazione. Ma se l’universo fisico esiste da sempre, non può esservi creazione e quindi non può esservi creatore.
Ciò implicherebbe un paradosso vertiginoso e cioè che la materia si è creata da sé, nel senso che non ha un creatore esterno e che inoltre, essendo infinita, non ha avuto necessità di crearsi da sé perché esisteva, semplicemente.
Ora: se partendo dalle basi fisiche dell’universo consideriamo come assurda ed irrazionale qualunque altra credenza sul prima e sul dopo la creazione che dentro questo universo avviene, (come quella ad esempio degli esseri umani e viventi cui apparteniamo), credenze come lo spirito, l’esistenza dell’anima slegata dal corpo, della reincarnazione, della stessa novitazione – teoria da me formulata – ci dovremmo pur porre una domanda.
Se queste teorie ci appaiono assurde, implausibili, illogiche, irrealistiche perché, in un universo fisico e materiale, l’unico cioè che noi possiamo studiare, osservare, vivere e vedere, non trovano spazio razionale di alcun tipo, allora: quanto più razionale, logica, plausibile e meno assurda può apparire – sempre agli occhi della logica e della ragione – la teoria secondo la quale la materia fisica si è creata da sé, tuttavia non creandosi, perché esiste da sempre – e per ciò stesso atta ad escludere qualunque altro ragionamento che non abbia basi di natura fisica e materiale?
Voglio dire: a questo punto – e sebbene noi siamo fatti di materia, di atomi, di fisicità, generati da questa esplosione universale concentrata in un punto di materia infinito, forse frutto di una precedente contrazione di tutto l’universo, e posto che si stia andando avanti così da sempre, con questi giochi di materia fisica che si espandono e contraggono in uno spazio ed in un tempo infinito in quanto, sussumendo in sé il tutto, sussumono in sé anche il concetto stesso di infinito; appunto per questo, essendo noi esseri umani dotati di questa emotività, di questo spirito che ci spinge a ragionamenti del genere: come potremmo mai escludere, pur riconducendo spiritismo, immaterialità ed emotività a semplici processi generati a livello fisico, fisiologico, neurologico, dal nostro organismo fatto di materia, come potremmo comunque mai escludere a priori, poiché assurda, una teoria che appare quanto meno assai meno (od ugualmente) assurda del nostro punto di partenza?
E infatti a questo punto non la possiamo più escludere.
Quindi: prima c’era la morte e la fine di ogni forma di nostra (auto)coscienza.
Poi c’era la NOVITAZIONE (Dopo la morte, prima o poi, in un altro essere vivente che nascerà, di qualunque specie si tratti, qualunque sia la forma di coscienza che quell’essere avrà di sé, quella coscienza sarai tu, senza memoria di ciò che fosti nell’esistenza precedente. Non è una teoria filosofico-religiosa, ma logica: la non esistenza non esiste).
Ed infine, di fianco, probabilmente prima (ma questa della sequenzialità è una considerazione che non modifica il ragionamento in sé) c’è, potrebbe anche esservi una qualche forma di esistenza spirituale, in forma immateriale, di energia trasformata (“trasferimento energetico in un inconoscibile altrove”), di maggiore o minore autocoscienza, rispetto al prima da cui si viene, ed a ciò che si vive in quel momento, e che potrebbe per qualche misterioso meccanismo preludere ed addirittura influenzare il processo successivo, quello appunto della novitazione.

VECCHIOLEVIATANO 2020

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