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Archive for Aprile, 2020


RICORDO-RIFLESSIONI-SETTEMBRE 2010

“il ricordo, che non è ciò che non si è più, ma ciò che non si è mai stati il coraggio di essere” – diario del 23 ottobre 2004

Rileggendo questa frase, ho riflettuto sul suo significato: sull’idea, cioè, di voltarsi indietro e guardare alla vita trascorsa come a qualcosa che sistematicamente ci appare rimpianto, e di dare preponderanza a ciò che non è accaduto, a ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, alle occasioni perdute, e perdute, o sciupate, o smarrite o negate essenzialmente a causa nostra, cioè attribuire con poca indulgenza quelle mancanze ai nostri propri limiti (materiali, mentali, di volontà, di coraggio appunto).
In effetti, anche quando si ripensa al passato in chiave nostalgica ma tutto sommato positiva, un bel ricordo, un bel momento, un pensiero che suscita il sorriso sulle labbra, l’atto stesso – attuale – di voltarsi indietro implica che c’è qualcosa in questo momento – nel presente – che ci spinge a fermarci ed a guardarci alle spalle, come se l’approdo odierno non fosse stato quello auspicato (nel qual caso non avremmo avuto l’esigenza di voltarci indietro), come se un bel pensiero di un momento andato fosse preferibile ad un pensiero attuale di questo preciso momento.
Da questo, mi sono spinto ad una riflessione più generale sul processo della interpretazione, una interpretazione non più contestuale e relativa quindi al significato della frase in sé, ma direi “ontologica” e formale, cioè relativa proprio ai meccanismi che ci spingono ad interpretare determinate cose ed al come ed al perché di quegli stessi processi identificativi: se vogliamo, una riflessione sui processi interpretativi dell’arte in generale (ricordo – tautologia! – che una considerazione del genere la feci già anni fa sulla scia di una frase sulle “rose”, fatta da Cristiano e che generò una mia riflessione scritta. Così come le altre molteplici riflessioni nate da uno spunto – una scena di un film, una frase ascoltata, o detta istintivamente, e tutti i pensieri nati “sotto fumo” in generale), processi in cui si attribuisce, con la riflessione razionale, un significato ad una frase o un concetto, così esteso da porsi l’interrogativo seguente: se quella riflessione fosse già presente in noi, nel profondo, nell’inconscio ed alla fine sia venuta fuori mirabilmente e miracolosamente esemplificata da una frase-spot, o se siamo noi che cerchiamo sempre, per il bisogno di ordine e di logica nelle cose della vita, di dare ex-post un’interpretazione ad una semplice affermazione istintuale.
Per come evidentemente la penso io, entrambe le cose possono avere un senso attendibile e riconosciuto. E’ vero ad esempio che tanti pensieri vivono nel nostro inconscio e che, essendo noi personalità a 360 gradi, per ciò che razionalizziamo nella coscienza e per ciò che si dibatte preciso nel nostro profondo, che è parte di noi anche se non emerge con chiarezza e razionalità ai nostri pensieri, questi stessi definiscono forme magmatiche precise e nostre che talvolta vengono fuori in forma onirica, talvolta si rafforzano attraverso gli esempi della realtà e permangono ad incastonarsi nel profondo inconscio fino a formare un sistema solido ed articolato che trova poi esemplificazione in un pensiero sintetico e calibrato che viene fuori all’improvviso come magma di un cratere al culmine delle forze e degli equilibri che generano l’eruzione.
Ma è anche vero che senza interpretazione a posteriori non esisterebbe l’arte e la letteratura e che siamo noi, con la nostra sensibilità, con la nostra necessità di ritrovare la nostra unicità nel confronto con il mondo esterno, a proiettare spesso su una cosa che è-ciò-che-è, quello che noi, in base a cultura, gusti, sensibilità, o schemi e modalità pratica di ordinamento del (nostro) mondo, riteniamo che sia, che possa essere o voler essere e significare.
Alla fine, al dunque, ho pensato che tutti questi pensieri erano piacevoli, in un certo senso divertenti, stimolanti, un innocuo ma forte passatempo, eppure, come è propria di ogni mia riflessione, la chiusura circolare del ragionamento si è avuta con un paradosso, che in sé riprende l’idea paradossale di un aforisma semplice tout-court (tutti gli aforismi sono un’iperbolica estensione di una breve e limitata porzione di verità ad una superficie di verità apodittica): il paradosso consiste nel ritenere che io fossi d’accordo con quella frase iniziale (“il ricordo, che non è ciò che non si è più, ma ciò che non si è mai stati il coraggio di essere”) più perché mi piace la frase in sé (come gioco, aforisma o provocazione paradossale) che perché la ritenga vera rispetto al mio modo di vedere il mio passato e la mia vita (cioè alla diretta e concreta applicazione di quella frase a me stesso e della mia biografia ), immaginando di aver fatto in ogni momento della vita la scelta più giusta che in quel momento potessi fare, anche in funzione del coraggio che avevo o che non avevo in quel momento, alla volontà, al desiderio o altro.
Una riflessione su una frase, sulla sua interpretazione, in fondo sul passato (una mia frase di 6 anni fa che per un motivo ben preciso – ricollegabile al senso della frase stessa (altro paradosso!) – avevo ripescato in questo momento), e poi sui processi interpretativi, sull’arte e quanto più se ne voglia, ed il tutto per arrivare alla considerazione che quella frase – almeno per ciò che riguarda me, cioè il suo autore – avesse senso perché bella come aforisma, più che vera.
Ed in ciò, in questa riflessione finale che mi ha fatto ridere e commuovere, ho ritrovato il senso che ha per me la scrittura.
La mia, naturalmente.

VECCHIOLEVIATANO 2010

MASCHERE

E ritornavo al significato più intimo del concetto legato al giudizio, la valutazione (individuale, supposta) altrui, e degli altri. Avevo appurato e concluso che quando giudico la vita, i comportamenti, le parole di un altro individuo, ho la necessaria e basilare cognizione di causa che mi permette – lucidamente, scrupolosamente – di discernere fra la mia indubbia valutazione e l’essenziale verità che caratterizza il mio interlocutore, la quale, nel segno di un principio di rispetto universale, non potrà da me mai essere realmente conosciuta, e quindi rivelata, giudicata e certificata. Il giudicare veleggia tra questi due aspetti, che riuniscono i loro volti in un paradosso. Il mio è un giudizio apodittico e personale che niente e nessuno potrà modificare. Ma nel mentre lo pronuncio, so che il bersaglio cui si indirizza è un muro di gomma, una maschera sociale, perché il vero destinatario è ignoto e dignitoso nella sua in conoscibile unicità.
Questo vale per chiunque: per gli amici, i familiari, le persone care, qualche semplice sconosciuto, personaggi pubblici ed estranei totali. Proprio come i personaggi di un film.
Noi, assistendo ad uno spettacolo, cerchiamo di capire e di dare forme ai protagonisti che danzano sullo schermo (o sul palco, o in un libro) e li interpretiamo, li amiamo o li detestiamo, in una parola: li giudichiamo. Poter rivedere quella rappresentazione, o una messa in scena seriale, ci permette di cogliere altre piccole sfaccettature di quel poliedrico individuo. Eppure, al fondo, resta che dietro di esso si cela un attore, che presta il suo volto al personaggio ma del quale – nel momento della finzione filmica, sparisce ogni traccia. Ed ogni nostra velleità di pensiero conoscitivo si infrange contro la sua maschera che vive ed anima il nostro (individuale e comune) dibattito personale.
Ora, questa storia di maschere e di finzioni rischia di assumere una valenza negativa, spregiativa, come quando ad una parola od ad un’idea si associa per riflesso condizionato (istintivo) da secoli di pregiudizi, un significato che né etimologicamente, né sostanzialmente appartiene a quella parola, a quel concetto.
La finzione, la simulazione, il nascondersi dietro un velo vengono maldestramente accostate all’atto dell’ingannare, del tradire le aspettative, del confondere le acque per scopi occulti e – spesso – pericolosi.
Non è così: non sempre, non nel nostro caso. Se ci si rendesse conto che l’impossibilità di giudicare una vita dipende dall’irripetibile unicità di una coscienza vivente santificata da un continuo solo di spazio e tempo a coordinare la sua esperienza terrena, e se quel principio di verità permettesse di collocare il nostro giudicare gli altri (ed essere dagli altri giudicati) in una dimensione surreale, quindi parallela della realtà (dove ogni nostro pensiero, idea, concetto sul prossimo è sia lecito e dovuto, perché parte delle percezioni della nostra coscienza, ma altresì splendidamente vacuo, perché tocca il fenomeno e non il noumeno della vera essenza e coscienza altrui), allora ci si renderebbe conto, con piglio emotivo e scintillante, che ogni vita vissuta e vivente è un miracolo cosmologico, proprio perché assolutamente specifica e solitaria, in mezzo ad un caos di stelle e tempi infiniti.
Questa unicità spiazzante e suggestiva ci fa paura. E ci commuove. Ci apre le porte di una siepe buia e squarcia un pozzo fondo millenni. Da un lato premia la grandezza del nostro orgoglio e della dignità; dall’altro isola le sensibilità del nostro spirito in un mare di solitudine. In mezzo a miliardi di esseri viventi – non uno identico a me, non uno con cui condividere la globalità delle mie sensazioni, del mio animo, delle mie emozioni.
Un’angoscia infinita. Ed è l’istinto che prevale, di fronte alla paura, alla sopravvivenza che incombe e ci segnala moniti arcani, alla speranza disperata ed alla solitudine condivisa. E, normale conseguenza, costruiamo per noi un rifugio tutto nostro, un utero fetale post-natale, uno spazio in cui il mondo misterioso, aperto ed ostile, non ci pervada, non modifichi i connotati di quella nostra autocosciente unicità. La maschera è il velo di Maya dell’estrema autodifesa, un inno alla vita individuale e nostra propria.
Non è fatta per tradire e per ingannare gli altri ed il mondo. E’ fatta per difendervici, per difendere se stessi in un mondo che giudichiamo a vuoto e che cerca, prova, insiste a volerci giudicare, conoscere, per schedare la nostra coscienza. Non sarà mai così, nel gioco di paradossi e di finzioni.
Finché esisterà la maschera, esisterà l’irripetibile unicità della propria coscienza.

VECCHIOLEVIATANO 2010

Per esemplificare tutto in un istante, un’immagine, un diario di un d(i)ario.

VECCHIOLEVIATANO 2020

Mi viene in mente l’idea che, molto probabilmente, quello che noi stiamo vivendo adesso non convince molto come senso della realtà. Quello che noi sperimentiamo, questo mondo e questa vita, non è la vera realtà o semplicemente non è la realtà, ed è logico giungere a questa conclusione paradossale ed apodittica.
Infatti, prima o poi tutti quanti dobbiamo morire, ma tutti inteso come tutte le cose che esistono al mondo, tutti gli esseri pensanti ed essenti che nascono e vivono ed hanno una presunta coscienza di sé e del mondo circostante.
Sicché, se dopo la vita, nell’ora suprema della morte, non esiste niente, questo significa che la vita è stata inutile, un nulla, un punto, poiché siamo stati infinitamente non nati, poi abbiamo vissuto un certo periodo di tempo, e poi morendo resteremo infinitamente morti. Quindi la vita che abbiamo vissuto è del tutto insignificante (a parte che va a perdersi nel nulla tutta la nostra specificità, le emozioni e le sensazioni), assumendo la circostanza di un particolare trascurabile, è come se fosse stato un volgarissimo e banale sogno: nel sogno può succedere ogni cosa, possiamo commettere qualunque crimine, esplorare qualunque transitorietà, possiamo percorrere qualunque via, però poi il risveglio cancella la sua materialità, come se non ci fosse mai stato veramente. E’ stato un attimo della giornata, e d’altronde quando andiamo a letto, dal momento in cui ci addormentiamo al momento in cui ci risvegliamo, non essendo coscienti del tempo che passa, ci sembra che siano trascorsi pochi minuti, due secondi appena.
La stessa cosa per la vita, nell’ipotesi in cui non ci sia niente dopo la morte: prima di nascere siamo nulla infinito, e così dopo la vita; in mezzo una piccola discrepanza, una discontinuità accidentale, un’increspatura del tempo in cui si è vissuto giusto tre secondi (infatti, la durata della vita che nella coscienza quotidiana si sospende tra passato e futuro, all’attimo della convinzione ineluttabile del morire ci appare come qualcosa che sia trascorso e bruciato nel breve volgere di pochi istanti), un colpo di vento casuale del tutto trascurabile rispetto all’infinito precedente che non nacque mai ed all’infinito mortale che verrà.
Oppure, e questa è la seconda eventualità, può esistere una qualche sorta di vita dopo la morte (ma, essendo questo concetto letteralmente un ossimoro, dirò una qualche inestricabile ed intraducibile forma di esperienza post-terrena) che si abbraccia ad un momento in cui noi non abbiamo una consistenza corporea, bensì spirituale e metafisica, ed allora sarà inevitabilmente quella la vera realtà, perché probabilmente essa avrà una durata molto più complementare rispetto al disegno per il quale siamo stati creati che non questa esistenza, cioè: è quel tipo di essenza che darebbe senso a questo nostro attuale vivere, il quale si articolerebbe come una specie di proiezione, come una sua immagine deformata allo specchio.
Quindi, nell’uno come nell’altro caso, questa realtà non può essere la vera realtà, e di questo ognuno di noi dovrebbe esserne cosciente.
Una soluzione illogica potrebbe portare al pensiero che questa nostra vita, in rapporto all’infinito, si configura apparentemente come un sogno, come se stessimo sperimentando una dimensione onirica di qualche cosa che purtroppo non abbiamo i mezzi per interpretare razionalmente e consciamente, non essendovi una possibilità, nella fase del sogno che stiamo vivendo, di cogliere ciò che è fuori dalla nostra realtà, e cioè la vera essenza umana.
Un po’ come la fase del sogno che caratterizza le nostre notti, legata certamente all’esperienza del quotidiano mediante simboli, immagini e parole, ma scollegata materialmente da essa, con uno scarto mentale che potrebbe sussurrarci un ponte immaginifico tra la vita che noi crediamo di vivere e ciò che ci contraddistinguerà successivamente in una dimensione inafferrabile della nostra componente umana attuale.

VECCHIOLEVIATANO 2002

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