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“Si è aperta una nuova era
è cominciata la quinta stagione
la pioggia è salita dalla terra sulle nuvole
il sole freddo tramontò all’alba e rinacque al tramonto
le foglie ritornarono sui rami ed i rami misero radici nel terreno
il calabrone scese verso il basso e le lucertole cominciarono a volare
i pesci non abboccarono più all’amo e si consegnarono alle reti
gli uomini ingabbiati cinguettarono mentre gli uccelli li osservavano liberi
i cani portarono a passeggio i loro padroni al guinzaglio
le montagne scesero giù e le pianure si inerpicarono
non politica, non sociale, non finanza né economia
fu della natura la prima notizia
su giornali che non si pubblicarono
le donne ingravidarono gli uomini
e furono i bambini a dare regole agli adulti
gli arcobaleni formarono un quadrato
subito dopo il tuonare del mare
la luna rischiarò le giornate
i sassi risero e il sangue rimarginò le ferite
i poveri sfamarono i ricchi
gli occhi parlarono, le bocche toccarono
i nasi ascoltarono le orecchie assaggiarono
le mani impugnarono pistole che spararono all’incontrario
atti di giustizia furono perseguiti
ma una mela rimise i peccati del mondo
tutti credettero di credere
che l’altro venisse prima dell’uno
e che l’oltre venisse dopo la coltre”.

Così mi scrisse, nato vecchio e partito giovane
il povero matto che ormai parlava
soltanto dea morte

Un omaggio a luglio
con 2 mesi di ritardo
o d’anticipo perchè

“preferisco essere un uomo paradossale
che un uomo con dei pregiudizi”.

nullMi beavo particolarmente di quelle frasi ad effetto magari lette magari distorte sognate chissà dove racimolate, io ero piccolo e prepotente, cioè in potenza mi predisponevo alla sofferenza degli incompresi, perché il frasario non mi sarebbe mancato, né il falsificante che ogni frase sognante si porta appresso, un livello di solitudine che ad umani non è dato di sapere, i normali si preoccupano pochi minuti per capire, molto altro della noia, io non mi annoio, a me appare tutto più buio e sensato, per questo amo l’oscurità, i toni celati, le ombre, la luna – il canto disperato del pastore errante, non ce ne sono più, non ci sono più i ponti riflessi dal lume del lampione a strapiombo sul fiume, città magiche, toni magici, musiche attonite, i parecchi cuori infranti che si sono apparecchiati per me, già: me.
Nell’ovvio qualcuno si chiede cosa significhi e peggio, ancora peggio, si ancora al dovere che tutto abbia una necessità, un valore per quel che può fruttare, quando i semi germogliano spontanei, i frutti fanno questo per natura, e una pianta mi parla e mi chiede acqua, ed io le darei anche il vino, un pensiero divino, una strana fantasia.
Così oggi all’improvviso tante voci mi han cercato, e moltissime meno, e tutte han provato a rimuovere quel senso quasi colpevole di una sperdita, di una nostalgia di tempi andati assai curiosa, perché non c’è dolore non c’è algos in questi ricordi, e non c’è il nostos, il bisogno di un ritorno a una casa in cui sono e in cui sarò da sempre e per sempre presente.
Cosa si deve fare per vivere – in realtà: nulla, e cosa per non pensare, non pensare al dopo, al poi che mi assale, alla fine del tempo, al passato che non passa e non pesa, io non peso, io bevo e non peso.
Sono lieve, sono andato, sono nato e non per caso, ma per caos prestabilito, tutto accade ed è successo, non è stato un gran successo ma al presente basto adesso.
Dove siete, mi sentite, dove siete?
Dove sono io adesso, nel mio stesso, il mio silenzio breve spesso e manifesto.
Subitaneo assai stupito non per questo meno stupido
interrotto dal rumore del suo nulla.

Quel giorno, il mio editore di riferimento mi chiese un pezzo per l’ultimo dell’anno.
Petto o coscia? – risposi.
E poi aggiunsi che io di solito non ragiono a pezzi, ma tutto intero.
Ed è così che si finisce a pezzi – dentro.
E che poi le parole, non si fanno lievi e leggère
E non aiutano a lèggere.
Che, compìto
nel solito compitino di trovar pensieri
tra le rovine
e le moine
di una cultura
sterminata
e spesi spesso a spasso
tra tramonti
e matrimoni
patrimoni
d’affetti
e d’affettati
Innaffiati
da vino
scolato in Coppe
d’esultanze
rimostranze
alle mie stanze – illustrate
Mentre passano lustri
Mentre lastrico la strada
di passi
e di passioni
e paesaggi – lunari.

Tu menti – mi rispose.
Non sono io, è la mia: mente – risposi.

Ci risposammo, facemmo pace.

Fu in quel momento che il mio editore
sentì che i nostri silenzi comunicavano.
E capì che il silenzio non è un difetto di parole
ma di Volontà.
E che a volte io dico cose che non sapevo di pensare
perché penso cose che non avrei detto di sapere o saper dire.
Come questa, come adesso
Come sempre
Come me.

Oggi compio 40 anni.

Nel mio modo di non credere a nulla, credo ci siano cose simboliche, date sicuramente
(restituite, mai).
Oggi 29 settembre è di fatto necessario considerarla una di quelle,
anche se ho dissimulato e sperato lungamente che non lo fosse.
Per fortuna col tempo cambierò idea.
Ciò su cui non cambio idea – è matematico –
è la convinzione che tutto questo non valga la pena,
né per me né per nessun altro.
In questa mia certezza mi ritrovo solo, benché
la convinzione sia di caratura ontologica
e prescinda ampiamente dai miei ultimi 40 anni.
Pure, essendoci, mio malgrado e lo ripeto
(se potessi scegliere, anzi – paradosso: se avessi
potuto scegliere avrei scelto di non nascere)
gioco il gioco che il simbolo richiede
ed elenco quelle che sono
le 10 cose – vagamente argomentate – per le
quali vale la pena di vivere la vita…
Perdono, è più forte di me – riformulo
l’espressione:
le 10 cose
per cui varrebbe la pena vivere
se veramente valesse la pena vivere.

 

Musica
(dopo la parola, la più grande
Invenzione dell’umanità ma, data la sua natura,
non destinata a fare la fine della prima ed in più 100 volte più forte emotivamente)

 

Figa
(lo so… ma la si pensi in senso lato, o esteso o metonimico o sineddotico, come piacere puro personale ma condiviso, il piacere dell’amore, dell’amore sessuale, il piacere nel ritorno all’utero…di chiunque, l’atto naturale di razza e di specie comune ad ogni esistenza. O proprio come luogo fisico in cui mettere qualunque parte del proprio corpo sia possibile. O immaginabile.)

 

Pollo – cibo
(in qualunque luogo, o menù o volantino o dovechesia, quando leggo Pollo io mi emoziono e il mio stomaco pure.
È per eccellenza il Mio piatto, il mio nutrimento: se il corpo umano è composto di acqua al 70%, il mio lo è di pollo).

 

Napoli – tifo
(l’unica fede che ho, e l’immagine è: distinto centrale, allineato al centrocampo, fischio di inizio, sigaretta in bocca, le maglie azzurre in campo.
Avrei il desiderio che le mie ceneri fossero sparse lassù)

 

Pioggia – cielo grigio scuro
(“sciacqua le memorie dal marciapiede della vita”. Quando il cielo è nero e la pioggia si scaraventa sulla terra senza ritegno, io in quel momento mi sento felice.)

 

Tramonto
(non si può non guardarlo, anche o soprattutto se nascosto dietro i grattacieli del CD mentre torno a casa dopo l’ennesima battaglia.)

 

Cinema
(anche l’occhio vuole la sua parte: spesso a mandorla. Potrei elencare 700 visioni negli ultimi 7 anni, ma non posso, passo alla visione successiva)

 

Leggere
(per dirne due a caso: Kafka e Bukowski. “Un uccello andò a cercare una gabbia”)

 

Praga
(resta un mistero, come è giusto che sia – data la natura e l’essenza di questa città, ma io ho sempre amato quel luogo – e tutto di quel luogo che per me rappresenta il riflesso della parte oscura, ombrosa, segreta, meravigliosa ed indicibile dell’anima – ma anche la sintesi del ricordo, della malinconia e della gioia confuse e spiazzate insieme.)

 

Ridere
(anche in senso esteso, come stare bene in compagnia – e magari non propriamente sobri – con qualcuno: il ridere è la condivisione precisa dello stato d’animo più infantile e spensierato, più ancora del fare l’amore, è il piacere mentale senza condizionamenti, la pazziella intonata in un mondo sconclusionato)

 

Oggi questo mi è passato per la testa, fra un giorno, un mese o dieci anni no so.
Ovviamente, restiamo intesi che la vita è orrenda, noiosa, insensata.

 

Sensazioni “forti”, VecchioLeviatano!

forse perchè la pietra, ma io pensavo che ogni sasso ha più storia e memoria,
di noi eppur tace per dignità, ci insegna il silenzio.
se l’arte è racconto menzognero di una verità, bisogna trovare nel suo non detto la strada verso quella, e nel mai detto il suo vestito prediletto.
L’abito dell’abitare in una casa di sassi,
e perdersi sprecando parole per una guerra tra sessi: ecce homo hic.

Merita spazio solo la parola migliore di un silenzio, dunque?
Merita tempo, semmai.
Con mai e tempo all’opposto del segmento, questa è la strada da seguire per chi scrive: -
Che non è un segmento ma un segno di sottrazione.
Perchè prendere una visione, una immagine, anche un sogno ad altro appartenuto, apparentato in un diverso appartamento mentale, e meritevole di menzione per metterci sopra a girare il tuo pensiero, anche il silenzio:
dove finisce il suo e comincia il tuo?
questo e il tutto di tutti?
Rubare, sottrarre: sottrarre diritti per atterrarci? e quando poi, data la vita per consentir ad altro di esprimere la sua opinione, subentra l’impossibilità pratica di continuare parce sepulto ad esprimere la propria?
Ha un senso?
Ecco perchè silenzio e morte diventa un sottrarre e sotterrar
Sottrarre e sotterrar
Sottrarre è sotterrar.
Sinonimo anagramma.
Due delle poche parole
migliori del

.

Essi lo sanno che non lo preferisco – oh, il respiro !?
ma come fare ad osannare chi ostenta il sapere?
E quando quel sapere
perde il sapore
e diventa un seppure?
eppur chi osa chiosa o chi osa tenta?
La tentazione è deliziosa
nascondiglio prudente
di pruderie si-lenti
mappur veloci
come questi anni
feroci voraci
veraci e indolenti.
Perchè non lo preferisco?
Voi lo sapete
io non lo proferisco.
Ho scritto parole al vento
che nel tempo diventa di venti volte tanto
quanto basta per farci la festa
tagliarmi la lingua
la testa la musica orchestra.
No, non rimpiango
no, non rimordo
il ricordo non è ciò che è stato
ma ciò che non si è avuto
il coraggio di essere.
io spaurato, io scoraggiato
ho avuto il coraggio
di non correggere quella mancanza
di arrembaggio
e non sono in niente diverso
da ciò che non sarei stato
in quanto non stato
che sia au-tunnel d’inverno
o vera e prima d’estate.
Ecco perchè
non ho ricordi
le immagini
immagino mi servano
a dare sostanza
alla canzone
occhio
al cieco in una stanza
voce cioè
a chi ne fa le veci
u-dito
a chi non ha le mani, tatto
a chi è un poco tocco
olfatto per sentire
e a naso presentisco
che l’olfarò – ancora.
2011:
non prego per te,
Praga tu per me
e versaci da bene
che non lo preferisco
eppur ti voglio Bere.
Noiati?
Finito!
A un passo da……

E poichè è l’ultimo anno – spacchiamo tutto!
Tutti e 10 anni in una botta!

2001-2004:

2005-2008:

2009:

2010:

Praga 2011

Non avrei dovuto farlo perchè sarebbe stato impensabile trovare il modo.
 
Ho continuato a sognare le strade di Praga ogni notte nel mio letto, dal giorno che scesi dal cielo.
A sfinirmi di dubbi per dare un labirintico senso al fatto che in quel posto ci sono nuvole così speciali, tanto speciali da farmi sentire a Casa.
Così, ho continuato a leggere il cammino delle parole di Kafka ed ho trovato conferma a ciò che intuii 7 anni fa, che se voglio capire perchè è impossibile capire il proprio magnifico dolore bisogna leggere Kafka;
eppure, non potrai mai illuderti di aver capito Kafka se non sei mai stato a Praga.
 
Impensabile trovare il modo perchè impossibile scegliere la musica.
 
Poi è successo che nel solo giorno in cui avrei potuto essere ovunque, a Palinuro o a Salerno o a Raito, o a Quarto, o a Pozzuoli o in mezzo a 60.000 persone, comunque non a casa e non da solo, in un'ora di circostanze casuali tutto si è capovolto e son rimasto solo a casa, inverosimile.
 
Ed è successa un'altra cosa assurda: che chi cerca non trova, ma chi non cerca viene trovato.
Sai chi l'ha scritto: e proprio quella musica mi ha trovato.
E allora ho dovuto farlo: perchè quando penso di sognare Praga, quella è la musica che mi contorce dentro.
E poi ho anche capito il perchè di quella stranezza: perchè anche le nuvole, a Praga, hanno l'anima.
 
L'anima dell'Amore che sento per Te.

SILENZIO

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Non scopro oggi l'INCOMUNICABILITA' ASSOLUTA tra esseri umani, oltre quel patetico e commosso illusionismo del sentimento della compassione, e non oggi la bellezza misteriosa e struggente del meccanismo della parola, invenzione umana primaria e per eccellenza e conseguenza la più inutile tra tutte, pur la più inseguita e vagheggiata, il ritorno malinconico alla ricerca del tempo perduto, il tempo delle galassie che generarono.

Oggi, mentre la sonda Voyager 1 dopo 34 anni – minuzie astrofisiche – esce fuori dal sistema solare per avventurarsi nel vuoto pieno della via Lattea (in proporzione: una moneta da 10 centesimi sul suolo dell'intera Francia): un mistero magnificente che non scopriremo MAI;
oggi, tutto questo senso infelice del Nulla e dell'ineluttabilità dell'orrore e del dolore che si commuove di fronte al rumore del mare;
oggi, che mi assalgo più che mai ed altrove nei Pensieri da farci un monumento al Pensiero, però con quanta insostenibile leggerezza e spossatezza;
oggi, esponenziale salto mortale di una lunga sequenza di fratelli e sorelle che si sono dati appuntamento al centro della piazza di Me – indifferentemente transitando da visioni a sogni a presenze concrete e viceversa: chi si appresta al Lutto per eccellenza, chi rompe palloncini con la bocca per fingere di non sapere un genitore in ospedale, chi non risponde più e mi ignora o ne è ignaro, chi si delude di me perchè non feci ciò che non farei se non in altri modi assai più miei, e chi torna dal passato e chi guarda al futuro, ma se il passato non passa mai il futuro è davvero tale e poi nel presente chi se la sente di alzare la mano e dichiararsi PRESENTE?
 
Avevo elencato tutto.
Ma in questa realtà fuorviante che per camicia di forza ci dobbiamo inventare, bruchi di una disperata fantasia, quale cosa non è stata detta, quale cosa non è stata scritta, pensata, quale dolore e felicità non è stata vissuta, sperimentata, fantasticata, provata, schiantata da ucciderci ma ucciderci dal vivo?
 
Io, uno dei tanti ma come tutti i quanti naturalmente unico, banale e unico, ripetitivo e unico, ossessivo e unico, sentimentale e unico, fermo immobile in coscienza  e unico, io che il mio ultimo scritto è stato di chiedersi se sia peggio stare male per qualcosa in particolare o stare male del fatto che si sta troppo spesso male, e questo dubbio mi fa star male.
 
Le mie Parole non valgono o non meritano questo assurdo perenne e cosmico: vuoi cercare la chiave di volta, l'intuizione che ferma la fine del mondo, il soggetto perfetto, il filmato evidente, l'ILLUMINAZIONE.
Ovvero vuoi cercare solamente di capire la tua vita, il cammino e l'inciampo.
 
Allora, due sigilli:
 
 * Non è l'inciampo che ti fa dubitare del cammino scelto, perchè l'inciampo è parte del cammino e quindi è anch'esso, scelta. Dubitare di questo è la sola cosa che ti potrebbe far dubitare del cammino. Ma camminare non significa dubitare, semmai lo è il fermarsi. Quindi, finché cammini e dubiti, il tuo è un falso dubitare ed anche l'inciampo è un vero procedere.
 
 * Tu puoi ritrarti dalle sofferenze del mondo, sei libero di farlo e corrisponde alla tua natura, ma forse proprio questo ritrarsi è l'unica sofferenza che potresti evitare.
 
Vogliono dire la stessa cosa: che tra te ed il Voyager non esiste alcuna differenza, perchè sono due parole dallo stesso significato insensato.
 
E c'è che tu non sai che io non sono quel che tu pensi ch'io sia, perchè io sono solamente l'immagine della fotografia.

2010

Resto certo senza parole
forse perchè sto invecchiando
o perchè son le parole
a non essere all'altezza dei (miei) tempi
depauperate loro e noi avanzati
nei pensieri solitari.
Ma io son contento, lo stesso
diverso e uguale da un anno a un anno fa
perchè con le immagini e la musica
si fa la storia
quella vera quella ingloria
ma così cara
gelosa e cara e ancor di più
perchè
fu detto
che il cielo è muto
e fa da eco
solamente
a chi è muto.
 
Buon anno, ragazzi
e sogni tricolori.
 

 

IL TEMPO NON ESISTE, RESISTE

Volando
sono atterrito
commosso e grato
sono
atterrato

Eye

io sono un poeta e un filosofo: è un dato di mio fatto, non un titolo di merito.

ognuno si riconosca per quel che è.
questo è per me, inconfutabile da alcunché, e contraddittorio per chi scrisse che il necessario era nella non definizione di sé, ma tant'è.
è un dato di fatto, non di idee.
e zitto me.
Ora ad esempio bisognerebbe parlare del fatto che non dormendo la notte si pensano cose veramente fantastiche, ed utilizzo l'ultimo aggettivo in modo improprio perchè è il primo che mi è venuto in mente: e questa è proprio la magia del pensar di notte, che pensi le prime cose che ti passano per la testa e crei sorprendenti opere d'arte minimale, ma così intensamente….umane?!
non c'è dolore non c'è rumore, né mediazione né compromesso.
l'ultima barriera che ci separa dal mondo della trasmissione radiotelepatica, barriera superabile nel giro di pochi decenni, è costituita dalla realizzazione di un sistema neuronico virtuale in grado di non limitarsi a registrare le aree cerebrali che si attivano al manifestarsi del pensiero, ma a tradurne anche il linguaggio – dico i segni ed i codici.
Se io penso agli imponenti edifici nelle distese enormi di mondi lontanissimi, mi si deve riprodurre questa espressione verbale, non un'accensione cerebrale indistinta nei contenuti ma definita spaziotemporalmente.
si arriverà, e per fortuna io non ci sarò.
 
sono legato ad un'idea precisa dello stato delle cose, un'idea precisa che si raggiunge ad un momento particolare del cammino, che è paragonabile alla mattina successiva alla morte di una persona cara. La mattina che guardi un brevissimo raggio di sole (brevissimo è quanto ti appare agli occhi della coscienza perchè tutto procede ad una velocità interiore rallentata ed eterna, ma poiché non sappiamo né possiamo rappresentarci l'eternità in quanto razza finita, siamo costretti a "sentirlo" breve, per paradosso e contrappasso. è il solito trucco amoroso della coscienza ingegnosa e illusoria: quello invece è il momento più lungo della tua vita, ed in più è tutto gratis) ed inclini la vista a 45 gradi.
questo, sia chiaro, non è un fare poesia nè filosofia né un né qualunque, che ricorda i pianti dei bambini.
questo è il modo in cui potrei passare il resto dei miei giorni a scrivere, allo stesso modo in cui passo il resto di alcune mie notti insonni a pensare, con le ginocchia che si sfregano in posizione fetale.
io voglio dire questo: non c'è niente al mondo che può renderti felice, al di fuori di te stesso e della tua testa. in più, io sono una persona, e poeta e filosofo e blabla, che per manifesta dignitosa resa non crede nell'agire, o ci crede solo per parodiare (se stessi: me stesso). La parodia non è cattiva, la parodia è un gesto di calorosa compassione. La compassione può essere fredda, cioè?
La parodia è quando ripeti una parola all'infinito e quel suono ad un dato momento finisce di avere un senso. Ecco: quello è il punto da raggiungere – e come vedi si torna sempre alla parola parola.
Perchè io non posso farci niente, ma tutto il significato di una vita resterà sempre racchiuso nella sola, imprescindibile, personalissima espressione personale. E torno, ri-torno, ritornello – mi ricito, mi recito – a Kafka: in teoria vi è una perfetta possibilità di felicità: credere all'indistruttibile in noi e non aspirare a raggiungerlo.
La grandezza di Kafka è seconda solo alla mia, perchè se Lui ha segnato la strada, io ne capisco il significato preciso in questo momento, cosa che a lui adesso è negata, e lo estendo a cerchi che si racchiudono l'un l'altro verso un universo ancora più ampio, applicato al contesto di 100 anni dopo (1000, in termini di tecnologìa), e riesco a fondere tutto dentro la mia testa, inesprimibile.
Tutta la filosofia del Leviatano è stata preceduta da altri profeti di tutti i secoli, e poiché non sono minimamente hegeliano da credere che il mondo si rappresenti e si concluda in essa, ad eternazione sua perenne, qui, oggi, l'hegel che preferisco è quello cantato da quell'altro Santo che aveva capito tutto.
Ma la conclusione quale sarebbe?
Ok:
 
"È dolce, quando sul vasto mare i venti sconvolgono le acque, guardare dalla terra alla grande fatica altrui; non perché sia un dolce piacere il tormento di qualcuno, ma perché è dolce vedere da quali mali tu stesso sia privo. Dolce è anche contemplare i grandi scontri di guerra schierati nella pianura senza che tu prendi parte al pericolo. Ma nulla è più piacevole che star saldo sugli alti spazi sereni, ben fortificati dalla dottrina dei sapienti, da dove tu possa guardare dall’alto gli altri, e vederli errare qua e là e cercare smarriti la via della vita, gareggiare d'ingegno, rivaleggiare in nobiltà di sangue, e sforzarsi notte e giorno con instancabile attività per assurgere ad una grande ricchezza e impadronirsi del potere. O misere menti degli uomini, o petti ciechi! In che tenebre di vita e tra quanto grandi pericoli si trascorre questa vita, qualunque essa sia! E come non vedere che la natura nient’altro reclama per sé, se non che il dolore sia rimosso e sia assente dal corpo, e nell’anima essa goda di una piacevole sensazione, priva di affanno e di timore?"
 
Parole scritte da Lucrezio circa 2100 anni fa.
La mia profondità raggiunge vette inespresse, ma perchè è mia non perchè sia così profonda rispetto ad un'altra – minimo o massimo comun denominatore comunemente riconosciuto.
Quindi, giovarmi da ignorante del fatto di trovare a ritroso in tutti tempi trascorsi, le parole non dette e i pensieri notturni pensati che io uso oggi, da ignorante e per conto mio, è segno che io sono figlio di costoro e che il tempo è l'ennesima illusione beffarda (e con esso le macchine, la tastiera, il pc, il denaro ed il weeeeb)?
La musica di oggi è figlia del blues, che è figlio di questo o di quell'altro: ascolta i Who o Bowie, e ci ritrovi tutto il grunge anni '90 che produsse Seattle.
Allora la verità è che io sono figlio dei millenni, ed intendo io Leviatano che scrive qui, non il tale – se esiste – che pensa dietro.
Nel momento in cui capisci questo, hai capito un pezzo decisivo del mosaico.
 
Ma, e chiudo: per quanto resti fermo dell'idea – la certezza – che non nascere sarebbe stato meglio, non potrò mai rammaricarmi di trovarmi nei miei panni.
Per la rima da poeta, e per la filosofia del paradosso racchiusa in esso (altra rima con forzatura del genere)
Perchè "non deve avere un senso, ma solo un breve assenso", l'aforisma che racchiude tutte le cose di tutti i tempi e per ogni tipo di argomento ("i freudiani con Zelig ci andavano a nozze:  per essi, infatti, Zelig simboleggiava…ogni cosa), non l'ha scritto Kafka, ma ME.
E pure senza assenso, ha un senso ancor più intenso.

Tipo

Traguardo finale
Mia Tipo:  18 febbraio 2000 – 10 febbraio 2010

ADDIO

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