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Quando finisce un quarto di secolo

Mio fratello irruppe nella stanza, io videogiocavo sul soppalco dando le spalle alla tv che trasmetteva la corsa rosa, e mi disse: “Dario, è successa una tragedia…. è morto Massimo Troisi”. Di lì ad un’oretta, nel lutto assoluto, un giovane di belle speranze vinceva per la prima volta una tappa al Giro d’Italia, salvo bissare il giorno dopo nella Merano-Aprica, con un’epica cavalcata sul Mortirolo…. Era ora, 25 anni fa a quest’ora circa, esattamente. Un’Amore moriva – letteralmente, un’Amore nasceva: contestualmente. Incredibile ma vero, anzi: incredibile ma incredibile. Eppure fu.

Marco e Massimo sempre con Me.

La Eco di Me

    dovresti prenderla così, ere ed ere di sere a bere e non c’era niente da carpire, io ero sempre stata qui – con te,

dovevo solo venire fuori, ed adesso lo faccio spesso, quasi sempre, come un mantra, un ritornello, ovunque tu sia,

in sprezzo del ridicolo, del tuo assurdo posticcio silenzio,

il sanguinamento dell’orecchio, il tuo specchio.

Per questo mi scrivesti, per questo mi cantasti – stonato.

Con te, da quando son nato: La Eco di Me

Three Billboards Outside Gianturco, Vecchioleviatano 2018

Manifesto numero uno:

“mentre giorno per giorno, anno per anno, continuavo a domandarmi cosa potessi e volessi mai fare da adulto, la mia vita adulta avanzò, mi raggiunse e mi superò, quasi senza che io me ne rendessi conto. A quel punto, più giovane di essa, la scelta su cosa fare ed essere mi si impose quasi naturale”.

Manifesto numero due:

“il peso dei miei pensieri, punto. quante volte ho desiderato non pensare a nulla, i momenti di massima gioia e di massimo dolore: fermare la pesantezza del vorticare dei miei pensieri, penso.
Penso: sono miei pensieri, il frutto del mio pensare, dipendono da me, posso fermarli, cessarli. Posso smettere di pensare.
E: se non ci riesco, e se i miei pensieri procedono oltre me, oltre la mia volontà, pensieri che prescindono da me, tutt’intorno a me, se ne fregano di me, e beh: allora, vuol dire che non sono loro i miei pensieri, ma che sono io i loro pensieri. Ripeto: sono io i loro pensieri, non loro i miei pensieri. Problema superato, problema ribaltato su di essi. Almeno credo.
Almeno questo è il mio pensiero”.

Manifesto numero 3:

“Per me, parlare delle parole con le parole, è come per i greci quando parlavano degli dei”.

Sintesi finale:

Sono passato da un palindromo all’altro: “o ira di dario” si è trasformato ne: “i re di sé: desideri”.
Era solamente la stessa cosa: io parlo solo quando scrivo. Fattene una ragione. O fattene un torto.

O metti una virgola. Ma non omettere l’amore:

Mi ero illuso di non avere più paure, ma era solo la paura di non avere più illusioni.

Buon anno

MI RITORNA IN MENTE

09-09-1988

http://www.princevault.com/index.php?title=09_September_1988

09-09-1998

http://www.unionesarda.it/fotogallery/fotogallery/2018/09/09/accaddeoggi-9-settembre-1998-addio-a-lucio-battisti-18-768181.html

09-09-2008

http://vecchioleviatano.altervista.org/battisti-nove-nove/

09-09-2018

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/09/lucio-battisti-ventanni-fa-moriva-un-artista-che-non-e-mai-stato-fermo/4612765/

SETTEMBRE 2018

Mi ero illuso di non avere più paure.
Ma era solo la paura di non avere più illusioni.

“Lascio tutto a te, dille del mio amore”

Exit through the Vecchioleviatano shop

Usate fino all’usura
mai rese al mio usuraio
ma assorbite fino all’arsura
come sale fino su lingua:

parole

anagrammo e le apro
per guardarmi dentro
rianagrammo e le paro
ma mi segnano dentro:
in vantaggio le preparo
poi fuggendole tal che paro lepre:
che traduco me stesso
solamente tradendo
sol traendo da mente
una nuova illusione.

Anno passato a scrivere:
poesie racconti
aforismi resoconti
testamenti proponimenti
menzogne infingimenti
confessioni riflessioni
liste di spesa
viste di sposa
castelli in aria
soggetti in acqua
film sulla sabbia
lettere rabbia
satire a fuoco
ode all’amico
retoriche pletoriche
armoniche distoniche
ieratiche stilistiche
plastiche mistiche
perdenti cioè mastiche
slegate con il mastice

parole svelate
e parole coperte
da farci un po’ caldo
quando solo a me saldo.

Stanco

devo fare il bilancio perché son bilancia
me che non cerco oroscopo
e non scopro ora
che lo scopo è l’orale
che scritto si imprime
per imprinting universale
cioè mio personale.

Finale:

tutte le mie
parole
per magia
riunite
in un solo pensiero
questo (tuo)
di chi legge
ora qui

è la mia legge
è già leggenda
e finchè regge
è leggenDario

La scrittura la letteratura il giornalismo e Kafka in tv

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mi è sempre stato detto che scrivo bene, cosa che peraltro non ha alcun significato: nessuno scrive bene, in realtà o sai scrivere o non sai scrivere e il 99% del totale semplicemente ricade nella seconda triste realtà, e questo accade perché le persone non sanno pensare, ma non nel senso che chi pensa male parla male e scrive male (parafrasando un noto imbarbaritore di gusti e stili): è che proprio nessuno più riesce oggi ad avere un pensiero personale, unico, proprio, esclusivo, originale. Tutto è eterodiretto, prestampato, definito dietro le quinte, sopra le quinte, e la totalità del magma pensante è un ammasso di pesci morti indistinguibili che vengono a galla.

Saper scrivere bene è oltretutto inutile perché chiunque scriva sa che si scrive solamente come necessità personale, come sfogo dalla nausea che ci circonda fuori, e sovente dentro, e dunque il valore della scrittura non è estetico, né estatico, ma totalmente terapeutico, se non psicoterapeutico. Ciò che è utile, anzi vitale per il singolo, difficilmente salverà il mondo, sempre in agguato per fagocitarlo ed espellerlo inibendo ogni sua residua energia mentale.

Ma lo spunto casuale sulla bella scrittura e sul sapere scrivere bene mi ha fatto pensare a quanto questo possa dipendere, nel mio caso, nel caso di chiunque o in qualunque caso si usi questa espressione (per chi legge, non per me personalmente che evito di leggere) – da un procedimento per sottrazione, dovuto all’enorme mediocrità in cui siamo tutti immersi, la mediocrità assoluta della cosiddetta cultura nobile, la scrittura in primis.

Ora, in un eccesso di ottimismo, posso pensare che una volta esisteva la Letteratura, quella appunto con la elle maiuscola, e sto parlando di qualcosa che risale a mezzo secolo fa, o forse ad un secolo fa. Ad un certo momento è arrivata la televisione e no, non è la solita menata sulla televisione che ha appiattito gusti e senso critico, è la verità, è che bisognava ammaestrare le masse ai consumi, e fin qui niente di strano, in senso lato. Ma il mezzo era così appariscente, luccicante e soprattutto POPOLARE che anche i bravi e saggi e talentuosi scrittori, ragiono sempre per sottrazione rispetto ad uno o due secoli fa, hanno desiderato non più di scrivere, ma di finire in tv per parlare di loro, dei loro libri e di quanto fossero bravi, e lì finendo, sono finiti – in senso letterale e letteraturale (doppio gioco di parole). Finita la cultura, finita la letteratura, è stata ad essa sostituita in mondovisione un solo unico immenso salone d’intrattenimento intervallato da spot, vendite su televendite e in mezzo, infine, a dare un tocco aureo di merdosità travestita di culturame, l’apologia della mediocrità: il telegiornale, le news, l’informazione, la conoscenza dei fatti del mondo: una particolare invenzione del secolo breve in cui i più mediocri di tutti, i giornalisti – e stiamo parlando di persone che non sono neanche in grado di svolgere un mestiere minimamente complesso, tipo il meccanico, l’imbianchino, il fattorino – questi individui si armano di microfono per descrivere, in modo sgrammaticato e da perfetti automi lobotomizzati, quello che accade intorno a noi, che noi vediamo prima e meglio ed in modo più chiaro – essendo noi negli uffici per le strade nei treni negli stadi nei cessi pubblici e nella merda della vita normale, non in uno studio televisivo – roba che anche un demente farebbe con meno banalità, artificiosità e pomposità. Da tempo sostengo che i telegiornali non siano altro che cartoni animati per adulti e credo che mia nipote sarebbe molto più talentuosa ad organizzare e mandare in onda un cartone animato del genere, anzi ne son ben certo, visto che i bambini hanno più capacità, più fantasia e più elasticità nel creare storie bizzarre e immaginifiche in cui convivano gioie, dolori e amenità varie: del resto, se sono gli adulti a creare cartoni animati per bambini, perché non pensare che si possa fare il contrario? Verrebbe tutto molto meglio, con più stile di certo.

Dicevo dunque della massificazione della cultura all’interno di un contenitore in cui si è liquefatta anche la letteratura, con scrittori sedicenti che han smesso di fare il loro presunto mestiere per parlare in televisione del loro presunto scrivere, e giornalisti, che non sanno cosa sia una mestiere, che li ospitano, li accolgono e gli pongono domande da decerebrati. Un pastone raccapricciante che svende per sempre il concetto stesso di letteratura e, più in generale, di capacità umana nell’uso della Parola.

Mi immaginavo Kafka.

Kafka invitato ad una di queste trasmissioni, un talk show di intrattenimento che ha il suo punto forte nell’intervista conduttore-scrittore del momento del secolo del sistema.

Kafka che è stato coinvolto a sua insaputa, pallido ed emaciato, si accorge con terrore e troppo tardi di dove è finito, un minuto prima di andare in onda, mentre il grande conduttore, il giornalista spiritoso e politicamente corretto, ma comunque audace, ironico e pungente come piace alle masse, che lo introduce in questo modo: “ha trasformato i nostri incubi quotidiani in un aggettivo; ha trasformato un essere umano in un insetto repellente e commovente; ha trasformato le nostre paure più recondite in processi psicanalitici. Ecco a voi il più grande trasformista della storia della letteratura: signore e signori, Franz Kafka”!

Immagino Kafka paralizzato dall’orrore che entra nello studio a stento, la vista annebbiata dalle luci e dai riflettori che rendono l’aria calda ed irrespirabile, le orecchie ovattate dagli applausi e dai ronzii nella sua testa, testa che gli gira in tondo, sopra e sotto, e nausea che lo assale ovunque, al dunque che avanza di pochi passi prima di vomitarsi in diretta sulle scarpe, e che con un soffio di voce dice: mai come in questo momento ho desiderato così tanto di trasformarmi in un enorme insetto.

E la sala ed il conduttore giù a ridere.

Ecco perché una volta ho scritto sottrarre è sotterrar; non intendevo solo giocare all’anagrammare: è che, per differenza, per sottrazione, per azzeramento della cultura e della letteratura, sei costretto a cercare altrove, in altro tempo – sotto terra – un qualunque senso, uno stile, qualcosa che valga, qualcosa di vivo: perché qui tutto è morto, puzza di putrefazione, un’informe melma di mediocre banalità che ti strozza il cervello.

Avrei spento la televisione al vomito, mi sarei perso la battuta, avrei avuto anche io, da spettatore voyeuristico ed autoindulgente, imbarazzo, nausea e disagio: sono un tipo sensibile e mi immedesimo spesso nei miei idoli, si sa, e forse sarei ricorso all’alcol ed avrei fumato una sigaretta in silenzio, vittima di pensieri più grandi della forza titanica di sopportarli, e sarei stato costretto a rivedere in rete, il giorno dopo, quel che mi ero perso della sera prima, la sua battuta sullo scarafaggio e le risate del pubblico e dell’insigne insuperabile giornalista.

Terrificante.

In un’epoca del genere, ha senso dire che qualcuno scrive bene?

Usato S(i)curo, VecchioLeviatano!

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Non riuscirò a far salire la temperatura dell’acqua
della vasca da bagno
fino al punto da costringermi ad uscirvi prima delle ustioni
vincendo il freddo del fuori
e non ci riuscirò
perché i miei pensieri sono più veloci
dell’acqua che scorre
e molto più freddi
e questo in un certo modo riconduce il tutto ad una specie di equilibrio
cosmico globale
ed io, appartenendovi
potrei logicamente beneficiare di questo equo principio fisico
ma cado
dentro la vasca
dei miei pensieri

e non ne uscirò.

il mio solito diavolo custode
lungo il corso
recitò una filastrocca assai stupidella
sul 2016
con i soliti giochi di parole
una cosa del tipo
“se dici”
- sedici -
dici
“se”
al tuo sé
un anno cioè
pieno di sedicenti dubbi

al diavolo custode
diavolo! – muto esclamai
sediziosa quest’ode – canzonai
il diavolo
volò
si ch’era un angelo -

pensai.

davanti allo specchio
la disperazione è solo assenza di speranza
quindi a suo modo benevola:
un sorriso lungo un attimo
che varrebbe un intero anno
è un piacevole inganno
la riflessione fu un’illuminazione
mentire a se stessi è possibile

non lo spero ma lo specchio

per lungo tempo ho creduto
che arrivare a me stesso
significasse approdare alla terra promessa
dopo un lungo peregrinare
per mare

ed invece la storia
era il suo esatto opposto
il mio posto era giusto
in quel costante naufragare
e quel mio stolto errare
sia vagare o sbagliare
era solo dovuto
a un errore nella lettura delle istruzioni
fatali distrazioni
e conseguente distruzione
di illusioni.

e alla fine quando acqua, dubbi, angeli, specchi, naufraghi ed errori
si riunirono (questo accadde nella vita successiva)
il me che venne, alla ricerca delle nostre
precedenti infinite esistenze
digitò la parola chiave
nel motore “dio ricerca”
per scovare nell’universo della rete
tracce a(na)tomiche di entrambi moltiplicati per enne.

Poiché la memoria affievolisce
più e più
cercala anche tu
la mia singolarità
in un punto preciso
della foto lassù.

IL FASCINO SINISTRO DELL’OMBRELLO

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In strada, da un lato del marciapiede, c’è un gruppo di persone che aspettano.
Comincia a piovere.
Tra di essi, solo un individuo ha l’ombrello. Lo apre e si ripara: è un ombrello enorme, un ombrello molto gRosso. Le altre persone lo guardano ma non chiedono protezione dalla pioggia: eppure, ci sarebbe spazio per tutti perché l’ombrello è davvero assai, assai gRosso. Dopo qualche minuto, un signore si avvicina all’uomo con l’ombrello (non al punto da essere coperto) e gli chiede se, insieme agli altri, possano tutti insieme ripararsi dalla pioggia.
“Ma non piove”! – dice l’uomo con l’ombrello.
“Veramente” – fa il signore con timida ironia “sembrerebbe di sì”.
“Se piove ci si bagna” – risponde l’uomo con l’ombrello. “Io non sono bagnato, dunque non piove. E’ un fatto logico, scientifico”.
“Ma lei ha un ombrello, per questo non si bagna”! – osserva quasi stupidamente, e stupitamente, il signore.
“Questa sua affermazione” – dice l’uomo con l’ombrello “è demagogica, populista e pretestuosa. Lei vuole solo conquistare il consenso degli altri individui. E adesso io ho ben altro a cui pensare, che rispondere alle sue provocazioni”.
Detto questo, l’uomo con l’ombrello si allontana dal gruppo di persone sotto la pioggia per aiutare altri individui ad attraversare la strada, selezionandoli con cura in base a particolari categorie di appartenenza. Si tratta di un pensionato, di un migrante, di una donna in stato di gravidanza, e di un cane. Le accoglie sotto il suo capiente, gRosso ombrello, e le accompagna sul marciapiede opposto. Fatto ciò, torna nella posizione che occupava prima, esatta, identica, accanto al gruppo di persone bagnate dalla pioggia.
Il signore di prima chiede spiegazione di questo suo gesto, e la persona con l’ombrello gli risponde: “il migrante CI SERVE per produrre gli ombrelli al costo minimo. Il pensionato CI SERVE per vendere gli ombrelli al prezzo massimo. La donna incinta CI SERVE SEMPRE, è una questione di immagine”.
“Ed il cane”?
“Mi chiede del cane? Forse lei non è un animalista? Il cane, come dicono in Cina, serve perché fa brodo. E badi bene: mai, mai lasciarsi impietosire da disoccupati e disabili. Essi sono il peggio della società: perché sono IMPRODUTTIVI. Non produrranno né compreranno mai un ombrello”.
“Ma tutto questo è razzista, populista e demagogico!”
“Si sbaglia, mio caro signore: questo si chiama progresso. Noi siamo progressisti e guardiamo al futuro”.
“E noi, invece, non siamo umanamente meritevoli di ripararci dalla pioggia?”.
“No, voi dovete restare sotto la pioggia”
“Perché”?
“Perché CE LO CHIEDE L’EUROPA. Se voi non vi bagnate, come potreste desiderare un ombrello?”
“E lei, perché possiede un ombrello? Come ha meritato tale privilegio”?
“Vede, caro signore. Un tempo ero anche io nella sua condizione, ed anche io dicevo a chi mi ha preceduto, all’uomo con il gRosso ombrello che c’era qui al posto mio, le stesse parole che lei ora dice a me. E lui mi spiegò che esiste un solo modo per meritare il possesso dell’ombrello”.
“E sarebbe”?
“Sarebbe che per avere l’ombrello tra le mani bisogna vincere la competizione con le persone che sono in concorrenza per quello stesso possesso, le persone in nome del quale lei ora sta parlando con me. L’ombrello può detenerlo solo il più meritevole: colui che convincerà le masse che una volta in possesso dell’ombrello riparerà tutti. Se lei convince le persone che, una volta entrato in possesso del mio ombrello, lo utilizzerà a beneficio di tutti coloro che ne avranno bisogno, io le potrò cedere il mio gRosso ombrello, ed in cambio IO potrò utilizzare un ombrello ancora più gRosso o forse addirittura ricevere in premio la possibilità di andare in un posto in cui c’è sempre il sole. Ma nel momento in cui lei accoglierà sotto il suo ombrello costoro, lei perderà il privilegio del possesso dell’ombrello. Lei potrà solamente lasciare transitare da un marciapiede all’altro le categorie di persone che le ho indicato, e dovrà essere bravo a selezionare, dal gruppo di persone bagnate, il più meritevole a possedere l’ombrello. Solo così potrà fare come me, ed ottenere un ombrello ancora più gRosso. Si ricordi: il possesso dell’ombrello gRosso è di importanza CAPITALE. Allora, cosa pensa di fare?”.
“Penso che sotto l’ombrello smetterà di piovere anche per me” – affermò il signore
“E non dimentichi che il bello per lei verrà finché terrà l’ombrello” – concluse l’uomo con il gRosso ombrello.

 

Prince

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Nell’agosto del 1987 mio padre affrontava le curve della costiera sorrentina tra Meta e Vico Equense con la solita grazia invisibile. Questo lieve scivolare come cullato dal mare riflesso alla mia sinistra, permetteva a me – non ancora quindicenne, e beatamente immerso in una felicità consapevole da adolescente, ignaro assoluto che quella sarebbe stata l’ultima estate trascorsa insieme dalla nostra famiglia – di proseguire nella lettura, in vettura, di un giornale musicale.

Io ero reduce dal trionfo in campionato, il primo della storia azzurra; e dal trionfo in coppa italia, con record insuperabile di 13 vittorie su 13; dalla vittoria al roland garros, tramite Ivan Lendl; e dal primo anno di liceo, superato con voti da megalomane.

In pratica, nel mondo dell’adolescenza, io ero un genio.

Per questo motivo – e giuro, proprio per questo – mi insolentiva assai, durante quella memorabile lettura, l’accostamento dell’espressione “genio” ad un altro essere vivente, che in quell’anno aveva pubblicato un album totale. Mentre ripetevo nella mente una ad una le parole della lettura, presi una decisione, uno di quei colpi di testa stupidi o assurdi o geniali di quando si è ancora nel tempo dell’età in cui il mondo o è tuo o preferisci farne a meno, che nella motivazione intrinseca aveva qualcosa di incredibilmente adulto. Decisi insomma che per smantellare il mio nemico o, al più, il mio pregiudizio, io avrei consapevolmente studiato la cosa.

Fu così che ebbe inizio la mia storia d’amore con il Principe di Minneapolis.

Folgorato dal Segno dei Tempi, quando mesi dopo acquistai ed ascoltai Lovesexy, l’anacronistica posizione dell’anno precedente era stata rovesciata nel suo contrario: adesso, Lui faceva parte dei miei giorni, dei miei sogni, con una voglia di condividere, conoscere, riscoprire, esplorare ed idolatrare che non conosceva eguali.

I suoi lavori iniziali diventarono regali obbligatori in occasione del mio compleanno.

La prima videocassetta che registrai a scopo perennemente conservativo fu il concerto del 09 settembre 1988 trasmesso dalla Rai in occasione della tappa di Dortmund del Lovesexy tour.

Acquistai il libro dei testi delle sue canzoni con traduzioni a fronte.

Costrinsi mio cugino prima, e mio fratello poi, ad immortalarmi nudo sul divano nella stessa posa della copertina di Lovesexy.

Assistetti al concerto di Cava dei Tirreni del 18 luglio del 1990.

Tappezzai la mia stanza con un poster enorme.

Registrai i suoi tre film che, come tutto il resto sopracitato, conservo ancora con cura e dolcezza.

E benedissi questo mio amore, costantemente, dentro di me – per anni ed anni ed anni.

Tralasciando tutte le cose e tutti i ricordi che mi legano a Prince ed alle sue canzoni, il giorno in cui la fucilata della notizia della sua morte mi ha raggiunto, alle 8 della sera di un’ennesima giornata di orrendo lavoro, con un urlo disperato davanti al pc da fare accorrere un’altra persona al mio fianco, un enorme senso di disperata tristezza mi ha travolto.

Ho capito, oltre il consolante giro retorico pur vero dell’immortalità dell’artista, e della gioia di poterlo ritrovare ogni volta che lo desidero – lui, me adolescente, sorrento, la grecia, le canzoni, i libri a port’alba, i concerti a cava, i cd in macchina, i ritagli di giornali, i poster ed i testi, le cuffie, le imitazioni, le mossette, le occhiate, la spaccata, il walk-man e le cassette, e tutto quanto ed altro ancora, quando lo desidero, con un ricordo o una semplice canzone – ho realizzato davvero che:  Prince, lui proprio, in carne ed ossa, non c’è più in ogni caso, e che questo mondo, già miserevole di suo, ha perduto qualcosa di prezioso. Anche se in un angolino del pensiero, anche se lontano da me, anche se in un’intervista, un flash d’agenzia, uno scoop o un pettegolezzo spiccio, mi avrebbe rasserenato sapere di averlo ancora qui – a condividere con me questo tempo.

Dopo anni, ho riassaporato la retorica e bistrattata espressione di aver perso qualcosa dentro, per sempre; e di come questo sentimento faccia male, ed intristisca oltremodo, e sia – tra tutte – l’emozione che maggiormente ammutolisce. Perché non rimediabile, perché irreversibile.

Un sabato di fine aprile, quell’aprile in cui a volte nevica, ho rispolverato la prima videocassetta, il famoso concerto di Dortmund che, a giudizio unanime di me e del mondo dentro la mia vita, costituisce il capolavoro di un’Artista, l’apice del senso stesso della musica dal vivo, in una parola: uno dei più bei concerti del secolo. Ho rivisto il nastro con un’inesprimibile confusione di piacere, nostalgia, commozione e dolore. E con scientifico lavoro ho digitalizzato, una ad una, tutte le sue canzoni, nel breve arco di 8 ore, sistematico e ipnotizzato, come in missione nel viaggio del tempo. Ho quindi caricato sul mio canale youtube una ventina di video, come del resto milioni di altri fans stanno facendo da quel bastardo 21 aprile.

Forse il Principe di Minneapolis non avrebbe gradito: ma ognuno dimostra come può il suo amore.

L’anno scorso, di ritorno dalle vacanze, girovagando in un negozio di dischi trovo in offerta l’album da cui tutto nacque. Quando vado a pagarlo, il commesso dietro la cassa, appena più grande di me, mi lancia uno sguardo d’intesa, ed entrambi, senza bisogno di premesse, con parole sfavillanti di poesia e di energia cominciamo a parlare di Prince, rievochiamo e tratteggiamo il nostro personalissimo e comune Terremoto House che ci ha travolto per sempre. Lui, me e milioni di altri.

In questo lungo viaggio, il Principe di Minneapolis ci ha resi meno soli, affratellandoci in un grande, magnifico, monumentale suono emozionale. Liberandoci dai mostri che abitano troppe coscienze di questo mondo di catene e sangue: i fantasmi del conformismo, e del pregiudizio.
Una lezione di Libertà che dura da 30 anni, nata nelle stesse curve in cui la sera del 23 aprile – a 48 ore dalla sua morte -  e proprio mentre la radio trasmetteva le sue canzoni come omaggio, questa volta con me al volante, ed in direzione opposta – da Vico verso Meta – mi son trovato a piangere, per Amore e Gratitudine. Nello stesso preciso punto dell’agosto del 1987, a chiusura perfetta di un cerchio perfetto. Una straordinaria, formidabile, incredibile magìa.

 

“Never let that lonely monster take control of U”

Fortasse Requiris Quare, VecchioLeviatano?

Stanotte mentre dormivo
le mie parole mi han telefonato
per chiedere se ci fosse
qualcosa di sbagliato:
se dovessero temere
il mio assordante silenzio
più che le mie
- quindi Loro -
non tenere parole

In quel momento ho compreso
che tutto è in me compreso
nel senso: compresso al punto che
si ignori o si comprenda
pur complesso
comunque c’è

Comunicazione avviata
senza fiatare:
con tale fare
ho messo a stendere
quel presunto vociare
su questa musica
rubatami dall’anima
in piena notte
di luna piena

Tutto è successo
come fosse una fiaba:
c’era una volta…
Ed in quell’istante
la volta è diventata celeste
si è illuminata
come la pila di volta

E questa mia condotta
è stata la chiave di volta
per ricondurre
a letto
le mie parole

Più mute di me
con im-mutato affetto

Un sogno perfetto.

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All’età
il ricordo del tempo passato
è più lento
del tempo che passa

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