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SENZA D10, LA TERRA NON SARA’ MAI PIU’ SFERICA

Impazzire di dolore senza soccorso di parole.

vorrei poter dire (scrivere sì, lo sto facendo, per fortuna è ripreso tutto) che le ferite umane inferte a me da questo anno indescrivibile non verranno rimarginate dal tempo, mai, ed eppure sarebbe una cosa detta con così tanta incisiva essenzialità quanto con così poca – anzi nulla – enfasi, da assurgere a dimensione di dato di fatto universale incontrovertibile. Voglio dire: senza accuse per alcuno, senza sentimenti di delusione, di ripicca, di acidi riproponimenti di futuri sguardi e gesti negati, no no: nulla di ciò. Dovrei enumerare cosa? oggetti, muri, persone, stanze, voci – tutte cose fallaci. Perché qui chi scrive sono io: io che dal non aspettarsi nulla dagli altri posso farci con delicata poesia Leopardiana il modo più bonario e gentile con cui lo si potrebbe evidenziare nel suo significato più profondo, essendo ciò la norma di natura, che funziona così, quindi a suo modo (od a sua moda, una sfumatura di eleganza sopraffina) splendida, gelida, regale, pura e vera. Quindi qui insomma ferito perpetuo e non deluso, un applauso silenziato da me: che mi sollevo dall’incarico di recitare l’appercezione trascendentale che si trasale in questo anno raccapricciante, potendo avanzare con un sorriso tremendamente inguardabile (sto scrivendo, come lo vedo?): che ho così tanta musica nella testa che questo sì che lo riesco a scrivere, a dirlo ed anche – danzettando, tipo esempio ieri sera mezzo ubriaco con mezzo boccone, molto a modo mio – anche a cantarla, senza obbligo o necessità (nel momento in cui ho scritto “appercezione trascendentale” mi sono posto ad un livello di poco superiore al mio, una circolarità così sferica da mettere a referto il pianeta numero 11 nel sistema solare) senza obbligo o necessità di voltarmi per guardare con rabbia.
Quale onore tale Libertà.

AS-SOLO

Mai stato tanto solo come in questo periodo. ma non ho detto che mi sento solo. è come quando sei in una stanza con altre tre persone, ed ad un certo momento va via uno, poi un altro, poi l’ultimo. e tu resti solo nella stanza: è un fatto oggettivo, non è detto che TI SENTI SOLO, non ho scritto che mi sento solo. Solo, che sono solo. Solamente se penso ai motivi, miei e degli altri, ragioni assurde impensabili surreali indipendenti dalle nostre volontà, solo se penso a queste ragioni irragionevoli di tanta oggettiva solitudine, allora mi sento solo. In verità, la cosa che mi fa sentire solo, è l’impossibilità quasi strenua di non scrivere più come prima. Questa circostanza mi comprime e mi confonde tra essere solo e sentirsi tale. Per questo mi sono fatto prendere dalla foga del momento, senza chiedermi se ero io o quell’altra parte dentro di me.

48 STA PER ECCE QUATTOTT

Ma 48 anni stanno anche per = anni multipli
che poi sarebbero 576 mesi che stanno per = molte vissute (scritte) storie
che peraltro in termini di 17.532 giorni starebbero per = è passato tempo per me
Voglio dire: non passerò certo alla storia come inventore del rebus a data
con tutti i suoi rivoli numerici:
ma la mia storia comunque esigeva una data,
e da qui è cominciata.

Buon ’48, Vecchioleviatano!

 

POLVERE HA LA POLVERE

devo fare pace con la polvere

devo smetterla di andare a caccia di piccole sbavature, macchie sul pavimento, da me prodotte o no, impronte sui mobili, sulle maniglie del frigo, sui pomelli delle credenze, croste di cibo sul piano cottura, ombreggiature sul ripiano, chiazze di schiuma sul lavandino, piccoli cerchi raggrumati sullo specchio, pezzi di bitter cristallizzati ovunque, ammassi di pelle che dal letto si sfarinano per terra, devo smetterla, devo fare la pace con l’entropia del mondo casalingo, di cui sono solo una componente, non un comandante.

devo smettere questa incapacità di vivere il presente (sebbene sia consapevole che è impossibile vivere l’attimo, a dispetto di quanto sollecita Schopenhauer con argomentazioni che ho ampiamente confutato): dato che i conti col passato li ho già tutti risolti con una risoluzione che stabilisce che non c’è modo di risolverli, e dato che con il futuro non mi ci metto proprio in gioco, piazzato in una bolla di aspettative ridotte a zero, e che pure non accadranno mai, per la fortuna di chi intende ancora illudersi, come le polveri bagnate dentro il centro di comando del cervello.

devo smetterla di ricordarmi che Vivaldi va suonato più allegro, e semplicemente limitarmi a farlo, le citazioni e le eccitazioni del momento sono un godimento che va dimenticato per essere riproposto sempre nuovo e divertente.

dovrei smettere di guardare l’ora, di parlare incarcinandomi (inventato adesso) da solo senza bisogno dello specchio, ed assillarmi di precipitarmi a farmi da bere e da mangiare con sistematica abitudine, come fosse un obbligo e non un piacere, almeno da qualche parte devo averlo letto, o sognato a letto.

La cosa più importante che dovrei smettere è continuare a considerarmi un ragazzo e continuare a fare proponimenti, anzi a scriverli inutilmente, come se ad essere arrivato qui al mezzo secolo lo avesse fatto un altro al posto mio.

Come quando mi chiedo con nettezza da dove devo cominciare e come o quando devo terminare, ma l’assurdità di questo proponimento è pari a quello di fare pace con la polvere, perché una volta che ho impresso la parola come l’impronta, niente e nessuno potrà cancellarla, e tutto succede nell’attimo seguendo me che seguo lui, che è come chiedere al mondo di aiutarmi a fare pace con me stesso, ma io non mi sono mai dichiarato guerra, io la sola cosa che ho dichiarato è questa.

In sostanza quella stessa di cui è fatta la sostanza di tutte le cose circo-sostanziate in cui faccio spazio alla polvere.

MI FERMO QUI

e ti tengo nei miei sogni

VOLAR DA FERMO: UOMINI-E-NO ALI-E-NO

nella mia indubbia solitarietà, in parte scelta, in parte obbligata ed in partenopea (come da citazione sensata), ed in cui la percentuale di articolazione tra le 3 parti varia decisamente in funzione dei giorni, delle epoche ed anche delle singole ore, ci sono tratti buoni e tratti no. Ma questo vale per chiunque nelle proprie soggettive circostanziate, ed in effetti volevo introdurre il mio ragionamento con un’affermazione di lodevole banalità per rimarcarne la totale differenza rispetto alla mia esperienza. Tanto più che inoltre l’introduzione non è affatto legata al pensiero che segue, e quindi ha con esso un suo illogico legame. Questo lampo accadde al culmine di una curiosa visione, sensazione molto valida, pregna, decisa e forte che ho avuto ieri sera: quella di essere un alieno. Ma non nel senso che tutto mi appare strano, bizzarro, che a volte ci si sente come se ci si vedesse dal di fuori, e ci si vede completamente avulsi e differenti dagli altri, e quasi totalmente insoddisfatti di sé, di tutto, ed essenzialmente si comprende in coscienza sorridente amara di essere dei disadattati apocalittici. No no: io, mi è sembrato proprio che sia andata così: esseri alieni, che vivono in dimensioni spazio-temporali a noi astruse ed inconcepibili, hanno un giorno incrociato questo bizzarro granellino a forma di pisellino sperso nell’universo infinito, si sono guardati la fiction dei millenni accadutasi al pianeta, e poi – per entrare meglio nella serie – ognuno di questi indefinibili alieni ha scelto un essere umano, secondo criteri tutti suoi, come quando devi fare la partita di calcetto sei il capitano butti il tocco e devi sceglierti i compagni di squadra (diciamo il concetto è mutuato, ma per dire – mi è venuto così), là invece quello ha detto : io voglio essere questo tizio. certo ogni tizio scelto avrà avuto una vita di merda, morti, lutti, malattie, schiavitù, carestie ma all’alieno che se ne fotteva, per lui era preciso come per me sarebbe girare da protagonista il remake di un qualunque film, è un film! sono solo un personaggio! – e quindi l’alieno ora si agita dentro di me e si gode, dal suo punto di osservazione, tutte le sensazioni che una vita come la mia (come la tua, come la loro) può generare, produrre, sperimentare, sopportare, scoppiare. Insomma ieri l’alieno si è sgamato/rivelato totale, perché c’è stato un frame, un passaggio chiarissimo in cui quello mi ha fatto capire che il suo era appunto un esperimento, non ero io ubriaco, era lui lucidissimo che rifletteva su che strano impasto di tutto si agitava dentro di me, quanto di libero arbitrio ci fosse in me di me, quanto di lui, ora qui all’anno quasi 48 della mia comparsa. E attenzione: che comparsa è la parola chiave. Lui ha fatto questa capriola di riflessione insondabile e però, così, la radiazione di fondo mi è arrivata calibrata come la schiocca quando spartisce evi, ruoli e tratti di infinitume: qualunque cosa voglia dire.
Però comunque tutto a posto: a me è sempre sembrato, apparso come se/che ci fosse un qualcosa di strano, un riverbero alieno – quest’anno poi che me lo dico a fare, quest’anno è il buco del culo delle trapanature eterne galattiche. E mentre con l’occhio di “insostenibile meraviglia” (come da definizione di un altro mio fratello ben consapevole dell’alterità alienità dell’universo – ed a cui in un certo qual modo questo post è dedicato, essendo oggi il suo personalissimo “è funesto a chi nasce il dì natale”.) mi godevo un momento prolungato dentro l’unica cosa di natura femminile capace di accogliermi ultimamente per trarne un pur minimo giovamento, e dalla quale non ne esco però con la nausea o la petite mort, semmai con la cervicalgia a livelli parossistici, così dicevo, dall’occhio furbo mi è caduto distratto il velo della sostanza e dell’apparenza e ieri all’alieno svelato ho svelato questo mio segreto, ed oggi siamo un po’ più intimi.
Quindi chiunque tu sia, hai fatto bene a scegliere di essere me, per quanto la funestitudine del dì natale resti assolutamente inalterata ed in-alienabile.

Poi:

accade che da qualche anno mi danno (in soggettiva, non da compassione altrui – pfui!) per lavorare con estenuanti difficoltà al mio processo mentale temporale per concentrarmi e badare all’essenziale del momento sospendendo le transizioni da prima a poi, viceversa e sottoveste, io sospendo e concentro e spremo la spugna del reticolo delle motivazioni cerebrali.

Ora.

Parlo di un unico spazio tempo vitale concentrato. Concentrico. Capito?

Ed ora, non interlocuzione ma precisamente: ora

Già di mio eventualizzato ad inizio bisesto a trapassarmi di ricordi, la vita e la morte che se ne portano altri e mi vanno oltre e mi escono da tutte le orecchie dello stomaco e dai pori dei poi che mi condannano al fu, insomma. il concentrato si è spappolato ovunque nelle pareti di ogni parto ed ogni parto è un partire scindere e generare gli avanti e gli indietri: era il tempo che mi sopravanzava e l’angoscia che mi rimontava (sopra strati di calma – me doc).

Già di mio – dicevo (al passato che è mo’): ingabbiato nel paradosso, me lo sono meritato: se non passa il tempo necessario, di fuori, non bergsoniano, proprio materialmente tic tic secondi minuti ore notti lavoro (quella roba) non ne esco fuori, non ne usciamo fuori – letterale – e non si esce più e non vivo più i rantoli di quella che è la mia essenza, oltre il tempo in uno spazio del tempo ben preciso, che riassume passato e presente nelle istantanee.

Quindi appallottolo tutto e devo fare il conto alla rovescia mettendo fra lui e me null’altro che il nulla.

Forse magari un giorno scoprirò che sarebbe sempre stato meglio così.

E quindi non scrivendolo (me) lo testimonerò.

NATO IL 4 LUGLIO


sarebbe andata in questo modo: oggi avresti compiuto 44 anni, ed essendo sabato saremmo venuti da te, all’Oasi, ed avremmo festeggiato a nostro modo, coi biscottini, le foto, le corse e le pazzielle varie. Tu, con papà, zio, i fratelli e la sorella, saresti stato contento ed avresti fatto grandi bocconi e grandi risate. Poi ci saremmo congedati con un bacio, e poi – lungo la via del ritorno – io avrei pensato a tutte le sensazioni vissute, ed avrei avuto un solo punto cardinale nella mia testa: tornare a casa, scaricare le foto, e sentirmi felice. Ed immaginare, illudermi, di prolungare in sede perenne quei momenti speciali attraverso la mia memoria. Avrei di certo provato la pienezza della tua presenza, in mezzo al caldo, allo stravolgimento fisico, ed ai mei circostanziati processi di archiviazione diaristica, come ogni volta, per ogni momento, per ogni ricordo. Sarebbe andata così, fratello mio, amore mio, Sergio, indistruttibile in me. Invece: pare che tu, fisicamente, da queste parti, non ci sia più, ed a me restano solo amare parole, un senso di oltraggio per l’assenza del tuo sorriso, un senso di raccapriccio per come è andata la storia, ed un bisogno oramai inapplicabile di abbracciarti, baciarti, odorarti e viverti. Ma lo ripeto e tu lo sai, ovunque tu sia e tu possa parcepirlo: che finché io campo, tu sei vivo dentro, dietro, sopra, sotto, al fianco, di lato, intorno e perenne in me. Posso rassegnarmi a qualunque sogno perso, nel passato, nel futuro ed in mezzo: ma a te non ci rinuncio. Che quindi benedetto sia il giorno, quel 4 luglio del 1976, quando ti vidi per la prima volta. La domenica che il mondo si fermò per un istante, stupefatto da tanta meraviglia. Prima di quell’altra domenica che ti portò via, che il mondo si fermò una seconda volta, affranto, stordito, allentato nei suoi illogici ingranaggi di dolore. Non ho bisogno di voltarmi indietro per vederti, mi basta chiudere gli occhi e darti la mano, perché io ti amo. Perché io ti amo. Auguri a te, per tutto ciò che vorrai, mio mio mio Sergio: anima fragile, irripetibile, unica, meravigliosa.

A ME E’ PIACIUTO

Time

SENZA PAROLE

affogare in questo mare di parole che non mi comunicano niente, rileggere miei scritti a caso, cercare un centro di gravità permanente e trovarci solo la gravità di quel momento, l’urgenza di dire cose che non so fino a che punto posso capire adesso, comprendere in futuro, aiutarmi a ritornare nel passato. Poi si innesca un circolo vizioso di pensieri virtuosi che ti prendono per mano, e la mano finisce per prendere un diario di anni fa, molti, parecchi, diciamo 20 e mentre ti rileggi nell’angolo più intimo che hai creato per te, o che lui ti ha imposto di creare, e le imposte di casa sono abbassate perché giunge la notte che non porta consiglio, e perseveri a leggere e non metti una virgola ed i muri si dilatano gli spazi si ampliano e sobbalzi da uno stato d’animo all’altro capisci che questo è, questo il senso, la più dolce della condanna. Dario, non c’è niente da capire. Ma cosa vuoi capire? Ma davvero ti illudi di leggere per capire, per carpire cosa di te, ancora? Tu devi scrivere, cosa ti importa del resto e delle conseguenze? Basta sedersi ed ascoltare. Chiudilo, questo file: vai, vai via, lascia spazio alla musica, che un giorno anche quella cesserà, la luce si spegnerà, e potrai finalmente capire. Non ora: allora.

IO

Prima:

Durante: (“Fai apparirire una birra a noi se vuoi“).

Dopo:

Per una magia così – dice – val la pena vivere“.

Ah, questo sabato così VecchioLeviatano!

 

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